di Matteo Losana
Il Manifesto, 12 aprile 2025
La giustizia, come scritto in tutte le aule giudiziarie, dovrebbe essere uguale per tutti. Ma in alcuni frangenti agli ultimi - proprio coloro che ne avrebbero più bisogno - la giustizia è garantita attraverso procedimenti speciali, difficilmente compatibili con i principi costituzionali che disciplinano la magistratura e sanciscono il diritto fondamentale alla tutela giurisdizionale. È ciò che accade proprio con riferimento ai procedimenti riservati ai migranti e richiedenti asilo, spesso incentrati su presunzioni (come quella della provenienza da Paesi di origine sicura) e sul contingentamento dei tempi processuali che rendono particolarmente difficile far valere in giudizio le proprie ragioni. Anche quando si tratterebbe di buone, se non ottime, ragioni. Insomma, quella che colpisce i migranti è spesso una discriminazione al quadrato: fuori e dentro il processo.
di Giorgia Linardi*
La Stampa, 12 aprile 2025
Ammanettati con fascette ai polsi. Trattati come rifiuti pericolosi per mostrare il pugno duro, ma verso chi? Le persone deportate in Albania sono un nemico costruito ad arte per legittimare un approccio securitario sempre più sfacciatamente violento, sulla pelle di chi dovremmo invece proteggere. Il Governo emula i video social della Casa Bianca sulle deportazioni in catene dagli Usa, in un vortice di globalizzazione della cattiveria in cui gli Stati ricorrono alla forza come mezzo di controllo e affermazione di potere, ostentando disumanizzazione a scopo propagandistico.
di Vitalba Azzollini*
Il Domani, 12 aprile 2025
Circa un anno fa, parlando del velo di opacità che avvolge le politiche nazionali in tema di immigrazione, avevamo preannunciato che esso sarebbe calato pure sui centri in Albania. E così è stato. Come spiegato su queste pagine da Nello Trocchia, il direttore della struttura di Gjader ha respinto un’istanza di accesso agli atti presentata da Gennarino De Fazio, segretario della Uilpa, e la decisione è stata confermata in sede di riesame dal ministero della Giustizia. De Fazio aveva richiesto, in particolare, “copia del regolamento per la disciplina del sistema di videosorveglianza (…) presso la struttura penitenziaria di Gjader”, la data della sua emanazione e “copia del provvedimento con cui sono stati nominati il responsabile e gli incaricati del trattamento”.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 12 aprile 2025
La scena del crimine Le garanzie non si aggirano. È sempre possibile chiedere il riesame immediato del trattenimento. Questa volta sulla detenzione in Albania non dovrà esprimersi nessun giudice. O almeno così spera il governo che ci ha fatto un decreto apposta. Nonostante tanti sforzi, però, i migranti potrebbero comunque invocare il controllo giurisdizionale. In diversi modi. I primi tre round di trasferimenti hanno coinvolto richiedenti asilo mai entrati in Italia. Per questo sono stati portati a Gjader e rinchiusi nel centro di trattenimento, la prima delle tre strutture dell’ex area militare (seguono Cpr e penitenziario). Tra quelle mura avevano atteso che le toghe capitoline, prima del tribunale civile e poi della corte d’appello, decidessero sulla richiesta di convalida della detenzione avanzata dal questore di Roma. L’articolo 13 della Costituzione prevede un termine massimo di 48 ore. Come noto, tutte e tre le volte è stata ordinata la liberazione dei cittadini stranieri.
di Andrea Carugati
Il Manifesto, 12 aprile 2025
Il presidente della Corte costituzionale: “Legittimo criticare i giudici, no agli attacchi personali”. “Lo stop al terzo mandato vale per tutte le regioni a statuto ordinario”. E ribadisce i paletti al governo sui decreti: “Serve omogeneità”. Lo scorso anno 212 pronunce della Consulta e 94 dichiarazioni di incostituzionalità. “Il controllo sulle leggi funziona”. Dal fine-vita all’affettività in carcere, dai rapporti tra Stato e regioni al limite dei mandati elettivi, dalle norme sui licenziamenti all’abitazione come “diritto inviolabile” fino alle tutele per i conviventi di fatto anche nelle imprese familiari.
di Don Mattia Ferrari*
La Stampa, 12 aprile 2025
Mentre si avvicina la festa di Pasqua, c’è un’immagine molto importante per i cristiani e per tutti coloro che, laici o di altre religioni, partecipano in vario modo ai misteri pasquali: l’Orto degli Ulivi, dove Gesù vive la sua Passione, prima di essere processato dal potere religioso e politico, colpevole di essere portatore di un amore che sovverte in nome della fraternità universale le logiche di potere e di dominio. Anche oggi c’è un orto degli ulivi dove coloro che Gesù di Nazareth ha indicato come suoi fratelli e sorelle più piccoli subiscono una passione: è l’uliveto nei pressi di Sfax, nel Sud della Tunisia. Nella zona di Sfax vengono riportati indietro molti migranti catturati in mare dalla Garde Nationale tunisina sulla base degli accordi siglati con l’Unione Europea, su spinta dell’Italia. Molti migranti contestualmente al respingimento vengono caricati sui bus e deportati al confine con l’Algeria, dove vengono poi abbandonati nel deserto. In questi mesi abbiamo ricevuto molte segnalazioni e telefonate da loro e dai loro amici e la gran parte di loro risulta ad oggi dispersa.
di Simone Alliva
Il Domani, 12 aprile 2025
Roberta Parigiani è un’avvocata di trentasei anni, portavoce e attivista del Movimento identità trans (Mit). La più antica associazione in Europa, nata in maniera informale nel 1976. È brava a parlare, la cadenza senese e la battuta pronta l’aiutano, e dunque a stare in tv. A scontrarsi con detrattori, politici e transfobici dichiarati, negli studi televisivi più ostili. È diventato popolare un suo scontro con una pioniera del movimento transfobico che l’accusava di dire banalità (“Lei è la campionessa dell’acqua calda, dottoressa”. “Ci si faccia un tè con la mia acqua calda”. Risate nello studio Mediaset. Video virale). “Ci troviamo forse nel periodo più buio per le persone non conformi”, racconta a Resistenze. Disegnando la resistenza della comunità trans fatto di percorsi di affermazione di genere oggi rallentati e attacchi costanti dal governo Meloni.
di Marco Grimaldi
Il Manifesto, 11 aprile 2025
Nel Paese in cui il sovraffollamento e il degrado delle carceri sta diventando questione umanitaria, la destra sente l’urgenza di introdurre con il decreto “sicurezza” leggi liberticide e criminogene, che riempiranno ulteriormente gli istituti penitenziari. Già il Governo aveva introdotto 48 nuovi reati e numerosi aumenti di pena, per un totale di 417 anni in più di carcere. Mentre cresce il sovraffollamento endemico del 132,7% (62.165 persone detenute per una capienza regolamentare di 51.323 unità, ma reale di 46.836 posti), si tenta di chiudere la bocca a chi è già separato dal mondo: i detenuti, privati di tutto e ora anche del diritto di ribellarsi.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 11 aprile 2025
Insorgono le toghe. Zaccaro (Area): “Il ministro prima aumenta i reati, poi si autoassolve”. Carbone del Csm: “Anche un drink sbagliato colpa delle toghe?”. Bonelli: “Tesi delirante”. E l’Anm si oppone alla proposta della “Giornata degli errori giudiziari”. Il sovraffollamento negli istituti penitenziari? Su una piaga che già registra 26 casi di suicidi, malessere degli operatori e diffusi episodi di violenza, il ministro della Giustizia Carlo Nordio fornisce, in sede di question time al Senato, una singolare spiegazione: “Se aumenta il numero dei carcerati non è colpa del governo ma di chi commette i reati e dei magistrati che li mettono in prigione”.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 11 aprile 2025
Parla Fabio Pinelli. Il vicepresidente del Csm: “Ineludibile riflessione sul dramma delle carceri. Non servono nuovi istituti di pena ma una nuova concezione della giustizia e della pena. L’introduzione di nuovi reati non fa che aggravare il problema”. “Il numero di suicidi, non solo di detenuti, ma anche di appartenenti alle forze di polizia penitenziaria, e le sempre più frequenti rivolte, spesso determinate da condizioni di inaccettabile sovraffollamento, rendono ormai ineludibile una riflessione sull’emergenza carceraria da parte di tutti, inclusa la politica. Occorre garantire risposte equilibrate, che tengano conto delle esigenze sia di tutela della collettività, sia di umanizzazione della pena”.
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