di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa
L’Unità, 21 novembre 2023
Nell’aprile di quest’anno, la campagna Madri Fuori, dallo stigma e dal carcere, con i loro bambini e bambine ha mobilitato molte donne e associazioni in tutta Italia in difesa delle donne detenute madri: in gioco i loro diritti fondamentali e quelli dei loro figli e figlie. Allora, mentre in Parlamento si discuteva su come lasciare definitivamente alle spalle lo scandalo dei bambini che crescono in carcere insieme alle madri, Fdl rilanciava una iniziativa legislativa finalizzata a togliere la responsabilità genitoriale a tutte le donne condannate in via definitiva.
di Paolo Pandolfini
Il Riformista, 21 novembre 2023
Inasprite le pene per i reati esistenti, e ampliata l’estensione del catalogo dei reati ostativi previsti dall’articolo 4 bis: sembra di essere di fronte ad una deriva giustizialista. È stato deciso ieri mattina dalle Camere penali lo stato di agitazione per protestare contro la deriva sempre più ‘giustizialista’ del governo Meloni che, a detta di molti, starebbe facendo rimpiangere il periodo manettaro e forcaiolo che aveva caratterizzato nella scorsa legislatura gli esecutivi a guida M5s.
di Stefano Anastasia
garantedetenutilazio.it, 21 novembre 2023
Il problema è che tipo di scelte vogliamo fare rispetto al penitenziario: se pensiamo che veramente il carcere debba essere l’estrema ratio oppure se pensiamo che debba essere l’ospizio dei poveri, il luogo in cui mettere coloro che danno fastidio.
redattoresociale.it, 21 novembre 2023
Dopo la pandemia aumentato l’uso di sostanze stupefacenti. L’appello dei medici della Simspe in Congresso in queste ore a Napoli: “Occorre nuova organizzazione della Sanità penitenziaria”. Le carceri italiane esplodono tra problemi cronici e conseguenze della pandemia. Da una parte vi sono sovraffollamento, mancanza di personale, strutture fatiscenti, difficoltà per il personale medico, psicologi ed infermieri. Dall’altra, nonostante l’impatto della pandemia sia stato contenuto, vi sono le conseguenze psicologiche sui nuovi detenuti, come si evince dai dati su suicidi, uso di stupefacenti, violenza. Da queste constatazioni nasce la proposta di un nuovo modello organizzativo da parte della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria - SIMSPe, presentato in occasione del XXIV Congresso Nazionale - Agorà Penitenziaria, in corso il 20-21 novembre a Napoli, presso la Sala del Lazzaretto - Ex Ospedale della Pace.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 21 novembre 2023
Arrivano in Senato le modifiche al Codice Rosso, ma in un anno i fondi sono stati tagliati del 70%. Domani il ministro della Giustizia Carlo Nordio si presenterà davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui femminicidi. Un appuntamento annunciato la settimana scorsa ma che, dopo la vicenda di Giulia Cecchettin assume un valore diverso. Lo stesso giorno, peraltro, come annunciato dalla premier Meloni, in Senato arriverà la revisione del Codice Rosso contro la violenza sulle donne, con una serie di misure che in linea teorica dovrebbe contribuire a farlo funzionare meglio: dal braccialetto elettronico alla distanza minima di avvicinamento, fino alla cosiddetta vigilanza dinamica.
di Annarita Digiorgio
Il Foglio, 21 novembre 2023
La legge del taglione, la vendetta privata, il rancore. Perché è sbagliato dire “in galera e buttate la chiave”: ce lo insegna l’esperienza di Lara in carcere. “Lo sai che facciamo qui dentro a quelle come te?”, dice con aria minacciosa una detenuta a Lara, dopo che in carcere si è sparsa la voce che ha provato ad ammazzare un neonato. È lo spirito di vendetta privata, giustizia sommaria, la famosa legge del taglione di epoca medioevale, con cui i criminali vendicano crimini che non accettano. Ma con cui sempre più spesso, nonostante l’illuminismo e la società della ragione, ancora oggi spesso abbiamo a che fare.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 21 novembre 2023
Era inevitabile che la drammatica uccisione della giovane Giulia Cecchettin mettesse in moto il solito corto-circuito mediatico-politico- social(e) intorno alla figura del presunto assassino, Filippo Turetta e del suo legale Emanuele Compagno. Prima ancora che la macchina della giustizia italiana possa compiere i primi passi, sono partiti la mostrificazione del giovane, l’attacco al suo diritto di difesa, e il processo mediatico parallelo. In un batter di ciglia siamo diventati tutti investigatori, psichiatri, sociologi. Ma quasi nessuno davvero ha cercato di indagare sulla complessità delle ragioni che avrebbero spinto il ragazzo a commettere il gesto, così come su quelle del fenomeno in generale di uomini che uccidono le donne, e così la garanzia offerta dallo Stato di diritto a chiunque di potersi difendere in un’aula di giustizia è stata tempestivamente sacrificata sull’altare della rabbia, della vendetta, dell’incitamento alla ghigliottina, e dell’ignoranza dei principi costituzionali. A fare da contraltare la dignità e compostezza del padre della vittima che ha detto “non provo odio. Spero viva a lungo in modo da capire quello che ha fatto”. Invece il primo ad infiammare il popolo è stato il ministro Matteo Salvini: “Per gli assassini carcere a vita, con lavoro obbligatorio. Per stupratori e pedofili - di qualunque nazionalità, colore della pelle e stato sociale - castrazione chimica e galera. Questo propone la Lega da sempre, speriamo ci sostengano e ci seguano finalmente anche altri. Ovviamente, come prevede la Costituzione, dopo una condanna stabilita in Tribunale augurandoci tempi rapidi e nessun buonismo, anche se la colpevolezza di Filippo pare evidente a me e a tutti”. E da lì tutta una scia di commenti feroci: “A me spiace ma non riesco a trovare il motivo per continuare a mantenere in vita questi vermi schifosi”, “Le cinghiate in piazza sono troppo?”, “Non lo mettere in galera in Italia, troppo lusso!!! Lapidazione in Afganistan sarebbe la sua pena”.
di Maria Carla Sicilia
Il Foglio, 21 novembre 2023
A dieci anni dall’introduzione della prima legge sui femminicidi le donne continuano a morire. Da allora sono state inasprite sanzioni e introdotte nuove fattispecie, ma la prevenzione è rimasta al palo. Le morti di Giulia Cecchettin e delle altre 102 donne uccise dall’inizio dell’anno raccontano in maniera drammatica come le leggi che nascono sull’onda di un allarme emotivo non bastino per affrontare i problemi. Sono passati dieci anni da quando l’Italia ha recepito nella sua legislazione la convenzione di Istanbul che riconosce per la prima volta una specificità nella violenza di genere. Era il 2013, a capo del governo c’era Enrico Letta e la parola “femminicidio” era entrata nel vocabolario da qualche anno. La legge 199 - conosciuta appunto come legge sui femminicidi - ha incrementato le risposte sanzionatorie di fattispecie già esistenti. Da allora ci sono molte più tutele per le donne che subiscono soprusi e maltrattamenti, anche grazie al successivo Codice rosso, approvato nel 2019 e potenziato più volte, che ha introdotto nuove fattispecie di reato. Ma il numero delle donne uccise in quanto donne ha mantenuto un trend costante secondo i dati del ministero dell’Interno.
di Vanessa Ricciardi
Il Domani, 21 novembre 2023
Nei casi di femminicidio presi in carico dal fondo Con i Bambini, l’83% delle famiglie beneficiarie del supporto arriva a fine mese con grande difficoltà. Il presidente Marco Rossi Doria: “Questi ragazzi perdono entrambi i genitori nello stesso momento, anche perché il padre o si toglie la vita o finirà i suoi giorni in prigione”. In gergo vengono definiti “orfani speciali”, sono i figli e le figlie delle vittime di femminicidio in Italia. Per la prima volta, il fondo Con i Bambini, in occasione della giornata mondiale dei diritti dell’infanzia si concentra su di loro: nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile ha avviato A braccia aperte, la prima iniziativa di sistema in loro favore e a supporto delle famiglie affidatarie. Accompagna così 157 orfani, presi in carico da quattro progetti. Un dato destinato a crescere, perché altri 260 in tutta Italia sono stati già agganciati dai partenariati gestori, e a breve inizieranno anche loro un percorso di sostegno e accompagnamento con le loro famiglie: si parla di almeno 417 ragazzi.
di Romina Marceca
La Repubblica, 21 novembre 2023
L’appello delle madri di vittime di femminicidio. Si rivolgono al governo per chiedere pene certe e nessun permesso premio per gli assassini delle loro ragazze. “Nessuno sconto di pena, nessun permesso premio per chi ha ucciso le nostre figlie. Vogliamo pene certe”. È l’appello al governo da parte delle mamme di ragazze uccise dai loro ex. Mamme che conoscono quell’orrore per averlo visto coi loro occhi sui corpi delle figlie. Pamela, Desirée, Noemi, Giordana, Lauretta, Jennifer, Anna sono state uccise come Giulia Cecchettin.
- “Filippo è un uomo come me, per cambiare bisogna ammettere le debolezze”
- Giustizia riparativa: trasformare il danno in un’opportunità di cambiamento
- La giustizia riparativa, nuovo business. Ma così la riforma rischia di essere un bluff
- Un indizio ed è finita. La follia delle misure di prevenzione
- Ma quale sentenza storica: i giudici hanno stroncato la presunta cupola politico-mafiosa











