di Vittorio Pelligra
Il Sole 24 Ore, 3 maggio 2026
Diventiamo liberi assieme agli altri, quando riusciamo a trasformare la dipendenza reciproca in autentica cooperazione. Essere liberi significa non essere sottomessi alla volontà arbitraria di un altro, non essere costretti a vivere secondo un destino assegnato, non essere imprigionati in un ruolo né in un ordine sociale che decide al posto nostro chi possiamo essere. L’idea di libertà, nell’età moderna nasce così, come emancipazione da vincoli imposti dall’esterno. Come possibilità di dire no. Come diritto a sottrarsi. Come spazio protetto da ogni forma di interferenza e coercizione. È una conquista immensa da cui nessuna teoria della giustizia può prescindere. Senza questo primigenio significato della libertà, senza il riconoscimento di una sfera personale indisponibile al potere, non avremmo oggi i diritti individuali, né il pluralismo, né una democrazia compiuta. La libertà, in questa forma, è innanzitutto limite posto all’interferenza degli altri. Ma è anche garanzia contro la violenza del potere politico, del potere economico, delle maggioranze, delle comunità chiuse e delle tradizioni oppressive.
di Francesca Fulghesu e Sara Ramzi
Il Domani, 3 maggio 2026
I migranti che muoiono sul lavoro spesso non risultano nelle statistiche ufficiali: sono persone senza contratto e a volte anche senza documenti. Tra sfruttamento, insicurezza e ingiustizie, nel loro caso il lavoro uccide due volte. Quando il 12 marzo scorso Abdellah Rahali viene trovato senza vita tra i calcinacci di un cortile, nessuno sa chi sia. È un operaio precipitato da 15 metri di altezza durante i lavori di ristrutturazione di un immobile a San Marcellino, nel Casertano. In tasca non ha i documenti e, come si scoprirà alcuni giorni dopo, a casa non ha un contratto di lavoro. Per risalire alla sua identità, serve l’intervento di don Carmine Schiavone, direttore della Caritas di Aversa.
di Federica Morrone
Il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2026
Il progetto non offre risposte facili. Non semplifica. Al contrario, insiste sulla complessità. Mostra la distanza tra ciò che viene deciso e ciò che viene vissuto. Si comincia così, guardando da vicino, non da un’idea, ma da un’esperienza reale costruita nel tempo. Un gruppo di scout giovanissimi, il Clan Il Nomade dell’AGESCI Roma 8°, ha scelto di entrare davvero dentro uno dei luoghi più complessi della città, il campo rom di via di Salone, nella periferia est di Roma. Non per attraversarlo, non per osservarlo da fuori, ma per restarci. Per conoscere. Per costruire relazioni. Per due anni.
di Mario Di Giulio
huffingtonpost.it, 3 maggio 2026
Snellire, accelerare, diversificare. Il Dipartimento di Giustizia federale darà nuovo impulso alle esecuzioni capitali, considerate uno strumento necessario contro i “criminali più violenti” e contro quelli che la sua amministrazione definisce “crimini mostruosi”. Il dibattito sul VIII Emendamento. Se in Italia casi giudiziari controversi come quello di Garlasco riaccendono il dibattito sul rischio dell’errore giudiziario, negli Stati Uniti torna invece centrale il tema delle condanne irreversibili rappresentate dalla pena capitale. Lo scorso 24 aprile il Dipartimento di Giustizia federale ha annunciato di volere dare nuovo impulso alle esecuzioni capitali, in linea con quanto annunciato dallo stesso presidente nel suo discorso di reinsediamento alla Casa Bianca: ovvero la promessa di ristabilire legge e ordine attraverso un rafforzamento della repressione penale federale, inclusa la pena di morte, definita come uno strumento necessario contro i “criminali più violenti” e contro quelli che la sua amministrazione definisce “crimini mostruosi”.
di Anna Foa
La Stampa, 3 maggio 2026
La vicenda della Global Sumud Flotilla resta molto inquietante, anche dopo lo sbarco a Creta degli attivisti sequestrati da Israele in acque internazionali. Innanzitutto, non tutti sono stati rilasciati, due di loro, fra gli organizzatori, sono stati trasportati in Israele sotto l’accusa di essere legati ad organizzazioni terroristiche e di aver compiuto attività illegali. Si tratta di un brasiliano, Thiago Avila, e di un palestinese con nazionalità spagnola, Saif Abu Keshek. Il loro arresto sembra mirare a rendere credibili le accuse del governo israeliano alla Flotilla di essere legata ad Hamas. Il fatto che la Flotilla sia carica di rifornimenti, e non di armi, non sembra ai loro occhi significativo. È una protesta politica pacifica, volta a rompere il blocco illegale della Striscia, ma questo basta a renderla un pericolo per Israele.
di Francesca Mannocchi
La Stampa, 3 maggio 2026
La fotografa era con la reporter in Libano quando sono state attaccate: Israele ha rallentato i soccorsi. All’ospedale Al-Zahraa di Beirut, Zeinab Faraj ha una mano appena operata, l’occhio ferito, una gamba immobilizzata e un altro intervento davanti. È arrivata qui dopo l’attacco israeliano del 22 aprile ad al-Tiri, nel Sud del Libano, l’attacco in cui lei è sopravvissuta e Amal Khalil, reporter di Al-Akhbar, è rimasta sotto le macerie ed è morta. Quando racconta, Zeinab torna a martedì 21 aprile, alla telefonata con cui Amal le dice che il giorno dopo sarebbero andate a girare nel distretto di Bint Jbeil. La mattina di mercoledì 22 prepara le camere, i vestiti, la borsa; suo padre le porta l’attrezzatura da Saida, poi lei e Amal partono verso il Sud. Fanno riprese e fotografie, passano da Tebnine, proseguono verso al-Tiri. Prima dell’attacco, nella memoria di Zeinab, ci sono ancora i gesti ordinari del lavoro: Amal alla guida, lei con la camera, la strada tra un villaggio e l’altro, quattro persone che ridono mentre continuano a documentare un Sud formalmente in tregua e ancora esposto ai colpi. Amal Khalil aveva quarantatré anni, era una giornalista del quotidiano libanese Al-Akhbar e raccontava da anni il Sud del Libano. Il 22 aprile era ad al-Tiri, insieme a Zeinab, fotografa e videomaker freelance, stavano documentando la situazione nei villaggi del Sud dopo il cessate il fuoco del 16 aprile tra Israele e Hezbollah. Un primo attacco israeliano ha colpito il veicolo davanti a quello su cui viaggiavano; le due donne sono scese e hanno cercato riparo in un edificio vicino. Poi anche quell’edificio è stato colpito. Amal è morta sotto le macerie, Zeinab è stata estratta ferita. Nel racconto di Zeinab, tutto si concentra sul tempo trascorso dopo il primo colpo. Circa due ore, forse di più: un tempo sufficiente perché Amal, ferita ma ancora viva, potesse essere raggiunta e portata via. Zeinab dice che da lì chiamano tutti: l’esercito libanese, la Croce Rossa, le Nazioni Unite, qualunque interlocutore possa aprire un accesso. La risposta che ricevono, ogni volta, è che i soccorsi attendono l’autorizzazione israeliana per entrare nell’area. È qui che il suo racconto diventa anche una questione politica: due giornaliste libanesi, in un villaggio libanese, con una camera e un microfono, restano intrappolate mentre la possibilità di salvarle dipende dall’esercito che ha appena colpito. Due possibili crimini di guerra, come afferma Reporters sans frontières: l’attacco contro giornaliste identificate come tali e l’ostruzione delle operazioni di soccorso.
Avvenire, 3 maggio 2026
L’attivista iraniana, che si trovava nel carcere du Zanjan, è stata trasferita in un ospedale nel nord-ovest del Paese. L’allarme dei familiari e del Comitato per il Nobel. Per oltre due decenni Narges Mohammadi è stata un faro a sostegno delle iraniane, denunciando le violenze e le crudeltà del regime. Un attivismo riconosciuto con il Premio Nobel per la Pace nel 2023 per la sua lotta contro la pena capitale e i rigidi codici di abbigliamento imposti alle donne dai Pasdaran. Poi l’arresto il 12 dicembre a Mashhad nell’est dell’Iran per aver criticato le autorità religiose durante una cerimonia funebre. Condannata a febbraio a ulteriori sei anni di carcere per aver messo in pericolo la sicurezza nazionale e a un anno e mezzo per propaganda contro il sistema islamico iraniano, Mohammadi è stata quindi trasferita in carcere e le è stato consentito solo un contatto estremamente limitato con la sua famiglia. Ma le inferriate del carcere non hanno interrotto il suo canto libero, che ha accompagnato le proteste studentesche e non solo, anche grazie alla sua fondazione e alle persone a lei più vicine, che le hanno fatto da cassa di risonanza. Da tempo i suoi familiari parlano di un quadro clinico preoccupante per l’attivista, ma oggi hanno denunciato un totale peggioramento delle sue condizioni fisiche caratterizzato in particolare da “due episodi di perdita totale di coscienza e un attacco cardiaco”, al punto che Mohammadi, 54enne, è stata trasferita dal carcere di Zanjan, nel nord del Paese, ad un ospedale della regione.
di Paola Balducci
L’Espresso, 2 maggio 2026
La qualità democratica si misura nell’architettura dei poteri e nella concreta tutela dei diritti. Archiviato il capitolo del voto referendario sulla giustizia, resta aperto - e tutt’altro che risolto - quello delle riforme necessarie: una consultazione può chiudersi in una data sul calendario, ma le criticità strutturali del sistema non si esauriscono con un risultato elettorale. Il rischio che non viene proclamato apertamente, ma che merita di essere considerato con lucidità, è che la scelta referendaria diventi un punto di arrivo, anziché un punto di partenza. Che la scelta degli italiani venga letta - da una parte o dall’altra - come una legittimazione sufficiente a chiudere il capitolo delle riforme, o al contrario come la prova che nulla debba essere toccato.
di Biagino Costanzo
formiche.net, 2 maggio 2026
Nel dibattito pubblico italiano resta aperta una domanda cruciale: chi risponde quando la giustizia sbaglia. Gli errori giudiziari vengono risarciti dallo Stato, ma senza reali responsabilità individuali. L’autore denuncia il rischio di normalizzare l’ingiustizia e indebolire la fiducia democratica. Nel dibattito pubblico italiano, anche dopo il recente referendum, esiste una domanda che continua a rimanere senza una risposta chiara e condivisa, chi paga quando la giustizia sbaglia? Non è una domanda ideologica, ma istituzionale ed è una domanda ancora senza risposta.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 2 maggio 2026
Dopo l’incontro a Via Arenula le Camere penali denunciano: sparite le questioni centrali, dalle garanzie cautelari alla qualità del contraddittorio, dagli incarichi direttivi alla “voracità correntizia”. L’Unione delle Camere Penali critica la linea emersa dall’Associazione nazionale magistrati dopo l’incontro con il Guardasigilli e avverte: il confronto sulla giustizia rischia di essere ridotto ai soli temi dell’efficienza, con l’accantonamento delle riforme più incisive sul piano delle garanzie.
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