di Andrea Ceredani
Avvenire, 22 aprile 2026
Come vengono rimandati i profughi nei rispettivi Paesi di provenienza? Il nodo non è solo il premio agli avvocati, che ha originato l’ultimo pasticcio istituzionale. C’è un’altra via che il Viminale ha incentivato. Sono gli spazi nelle Questure dove vengono trattenute persone in attesa di un volo: non esistono dati sulla loro posizione e il Garante parla di “condizioni degradate”. A prescindere da come finirà il guaio sull’emendamento al decreto sicurezza, il Governo ha dimostrato di voler tentare ogni strada per aumentare il numero di rimpatri. Non sono bastati i centri in Albania o l’ipotesi di aprire nuovi Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr).
di Maurizio Ambrosini, Arjen Leerkes, Sandra Lavenex
Avvenire, 22 aprile 2026
Dai nuovi regolamenti sui rimpatri al Patto europeo che entrerà in vigore a giugno, l’Ue si gioca molto sulla capacità di controllo dei flussi: per alcuni osservatori anche il diritto d’asilo verrà messo in discussione. Così però i Ventisette rischiano di creare nei cittadini aspettative troppo alte, finendo in trappola. Nelle scorse settimane il Parlamento europeo ha approvato un nuovo regolamento sui rimpatri. Con questa decisione, l’Europa compie un ulteriore passo verso una politica migratoria più rigida. In base al regolamento, i richiedenti asilo respinti possono essere trattenuti fino a 24 mesi, non avranno più automaticamente la possibilità di organizzare la propria partenza e potranno essere deportati nei cosiddetti “centri di rimpatrio” in Paesi terzi con i quali non hanno legami significativi.
di Rocco Tralli
Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2026
Non importa quanto siano profondi i problemi: salari troppo bassi, mutui inaccessibili, sanità in difficoltà. Gli slogan servono più a produrre consenso che a capire la realtà. Negli ultimi anni si è diffuso, in alcuni ambienti politici e culturali, il termine remigrazione. Una parola costruita per suggerire che ridurre o invertire la presenza degli immigrati possa rappresentare una soluzione ai problemi dei cittadini. In realtà, questo tipo di narrazione finisce spesso per spostare l’attenzione da questioni come salari bassi, prezzi delle case sempre meno accessibili, sanità in affanno, servizi pubblici più deboli. Eppure, basterebbe guardare la realtà. In Italia, nel 2024, quasi sette lavoratori domestici su dieci erano stranieri, secondo l’Inps. E il loro ruolo è importante anche nel turismo e nella ristorazione: il Ministero del Lavoro indica che gli stranieri rappresentano il 18,5% degli occupati in alberghi e ristoranti. Altro che presenza marginale: parliamo di persone che assistono anziani, lavorano negli hotel, servono nei locali e rendono possibile una parte concreta della vita quotidiana del Paese.
di Riccardo Noury*
Il Domani, 22 aprile 2026
Non stiamo più assistendo all’erosione di parti del sistema, bensì a un assalto diretto da parte degli attori più potenti alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine internazionale basato sulle regole. Ma il 2025 ci ha restituito anche una potente immagine di resistenza e solidarietà, da cui occorre ripartire per riportare al centro un ordine globale basato sui diritti, sul rispetto delle regole e sui valori universali. Era difficile pronosticare che il 2025 sarebbe stato un anno peggiore del 2024 dal punto di vista dell’assalto al multilateralismo, al diritto internazionale e ai diritti umani. Invece è andata così, a leggere le 600 pagine del rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo, pubblicato in Italia da Roma Tre Press.
di Nello Scavo
Avvenire, 22 aprile 2026
Dall’attacco “illegale” di Usa e Israele all’Iran ai centri di detenzione per i palestinesi, fino agli stupri di massa nel Congo orientale, il “prontuario” delle violazioni dei diritti umani nel mondo. Non è solo un rapporto sui diritti umani, ma un atto d’accusa contro “una nuova era, guidata dall’assalto al multilateralismo, al diritto internazionale e ai diritti umani, da parte di bulli che governano affidandosi a ideologie razziste e suprematiste”. Quello di Amnesty per il 2026 è un prontuario delle tragedie che verranno: guerre, repressioni, persecuzioni religiose, attacchi alla giustizia internazionale, smantellamento delle garanzie sociali. “Dopo l’attacco illegale degli Usa e di Israele, che ha provocato la rappresaglia indiscriminata dell’Iran, il conflitto si è trasformato in una guerra contro i civili”, afferma Agnès Callamard, segretaria generale dell’organizzazione. Gaza è il crocevia. Amnesty parla di “genocidio israeliano contro i palestinesi” e lo inserisce in una continuità di apartheid, occupazione e violenza strutturale. Ma Gaza non è solo un luogo: è un metodo che, in varia misura, viene esportato in Palestina come nel Libano meridionale. Nel 2025 in Cisgiordania sono stati censiti 849 blocchi stradali e posti di blocco. Si sono aggiunti 86 nuovi avamposti illegali e 54 insediamenti approvati dal governo, oltre ai 371 già esistenti. Più di 1.600 attacchi violenti di coloni sono stati registrati nei primi dieci mesi del 2025. Ombre anche sui centri di detenzione, dove tra ottobre 2023 e novembre 2025 almeno 98 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana.
di Vittorio Pelligra
Avvenire, 22 aprile 2026
Il riarmo non risponde sempre a pericoli reali, ma li alimenta. Tra deterrenza e interessi economici, così la ricerca di sicurezza alimenta un ciclo che genera instabilità permanente. Che nesso c’è tra insicurezza geopolitica e crescita della produzione di armamenti? È l’insicurezza a far crescere gli investimenti in armi o è la necessità della crescita economica ad alimentare insicurezza e conflitti? Vittorio Pelligra, economista e saggista, propone, a partire da oggi, una serie di analisi e approfondimenti su quella che possiamo definire “La nuova monarchia della paura”. Ci stiamo riarmando in nome della sicurezza. Eppure, più crescono gli arsenali, più il mondo appare fragile, instabile, esposto. È un paradosso solo apparente. Perché forse non siamo davanti a una semplice risposta alle minacce del presente, ma alla costruzione di un ordine che della minaccia ha bisogno per giustificare sé stesso. Un ordine che non ha nessun interesse a rassicurarci, perché la nostra paura è la sua risorsa più preziosa.
di Marco Ferrando
Avvenire, 22 aprile 2026
La crisi, tra le più rilevanti degli ultimi decenni, avrà effetti duraturi su traffici e prezzi, anche in caso di rapida soluzione. L’Italia, tra i Paesi più esposti sul piano energetico, rischia crescita debole e inflazione in aumento, mentre sono limitati i margini di intervento. Servono misure mirate e un’azione europea. Non sappiamo come e quando usciremo dal labirinto di Hormuz, di certo però pagheremo caro “l’evento più importante degli ultimi 40 anni”, come l’ha definito l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi (che dagli anni 80 a oggi ne ha visti, di eventi). Lo pagheremo caro anche se, miracolosamente, dovesse risolversi nel giro di poche ore: ci vorrà tempo per il ritorno alla normalità dei traffici che passano per lo Stretto e soprattutto per la discesa dei prezzi di ciò che viaggia sulle navi, a partire ma non solo dai prodotti petroliferi. Lo ha detto chiaramente il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol, suggerendo che la prova di stress a cui è stato sottoposto il mondo con la guerra di Usa e Israele all’Iran finirà per mettere a nudo chi è più debole nello scacchiere energetico globale: l’Italia purtroppo è tra questi, in prima linea. Gli allarmismi non servono a molto, ma la sensazione è che si fatichi ad avere piena consapevolezza di quanto stia capitando, forse ipnotizzati dalla volatilità delle sparate trumpiane e da tutto ciò che ne consegue. Un po’ rimuoviamo, un po’ speriamo che finisca tutto in fretta.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 aprile 2026
Nelle carceri italiane è tornato il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt). Dal 1 al 12 settembre 2025, una delegazione del Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha visitato cinque istituti penitenziari: Avellino, Sollicciano a Firenze, Foggia, Marassi a Genova e Santa Maria Capua Vetere. Il rapporto non è ancora stato pubblicato. Ma il contesto in cui questa visita si inserisce, ricostruito nel 35esimo Rapporto generale del Cpt appena uscito, è tutt’altro che rassicurante. Il documento copre le attività svolte nell’arco del 2025: 22 visite in 20 paesi, 208 giorni di lavoro sul campo, 182 strutture esaminate. Fra queste, 69 erano strutture delle forze dell’ordine. Il quadro che emerge contiene un segnale preciso: in molti Paesi dove negli anni precedenti si era registrata una riduzione dei maltrattamenti, questi stanno tornando a emergere.
di Alessandro Malpelo
mondosanita.it, 21 aprile 2026
La sanità penitenziaria è lo specchio di una società alle prese con dipendenze, disagio psichico, violenza e vulnerabilità economica. Dietro le sbarre il medico trova di tutto: patologie croniche, malattie infettive, psicosi, disturbi alimentari e deficit metabolici. In questo scenario, la capacità del sistema di garantire i fondamentali in tema di prevenzione, diagnosi e cura assume un valore strategico non solo per la tutela dei detenuti, ma per l’intera collettività. Un sistema sotto pressione. I dati più recenti del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale delineano una situazione strutturalmente critica. Nel 2025, nei 189 Istituti Penitenziari italiani sono state accolte 103.866 persone, con livelli medi di sovraffollamento superiori al 150%. Nello stesso anno si sono registrati 254 decessi in carcere, di cui 76 suicidi; negli ultimi cinque anni i suicidi complessivi sono stati 370. A questi si aggiungono quasi 2.000 tentativi di suicidio e oltre 11.700 episodi di autolesionismo nel solo 2025. Dunque il carcere si configura sempre più come il punto di convergenza delle fragilità sociali: marginalità, dipendenze, disagio psichico e vulnerabilità economica si concentrano all’interno degli istituti, aumentando la complessità gestionale. Questo scenario si inserisce in un contesto più ampio di trasformazione sociale, segnato - come evidenziato da analisi istituzionali - da una ripresa dei fenomeni criminali e da una crescente percezione di insicurezza tra i cittadini.
di Giunta e Osservatorio Carcere Ucpi
camerepenali.it, 21 aprile 2026
Da giorni circola insistentemente la notizia della intenzione di procedere ad un riassetto, attraverso un decreto ministeriale, delle funzioni della nuova “Direzione generale delle specialità del Corpo di polizia penitenziaria”, istituita con Dpr 189/2025, direzione che avrebbe, fra l’altro, il compito di coordinamento delle attività del Gruppo operativo mobile, del Nucleo investigativo centrale, del Gruppo di intervento operativo creato per le rivolte in carcere, di altri reparti speciali del Corpo, del servizio traduzioni e piantonamenti. Secondo queste voci, nel DM in cantiere si stabilisce che le citate articolazioni operative stiano direttamente alle dipendenze della nuova Direzione generale e non più alla gestione diretta del capo del Dap.
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