di Giulio Cavalli
Il Domani, 16 ottobre 2025
Da Palermo a Torino, i giudici bocciano l’approccio repressivo del governo: servono prove scientifiche, non arresti a vista. In assenza di prove sull’efficacia drogante, la canapa resta legale. Nel giro di quarantotto ore tre tribunali italiani - Palermo, Belluno e Torino - hanno dato torto al governo Meloni sulla canapa industriale. Le pronunce, tutte depositate tra il 12 e il 14 ottobre, smentiscono l’impianto del decreto sicurezza che aveva equiparato la cannabis light agli stupefacenti, imponendo una stretta che da mesi paralizza il settore agricolo e commerciale. I giudici hanno ribadito un principio elementare: senza analisi di laboratorio che certifichino la presenza di Thc oltre i limiti di legge, non esiste alcun reato.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 16 ottobre 2025
La maggioranza vota compatta per il rinnovo del sostegno alla discussa Guardia costiera libica, inaugurato nel 2017 dall’allora premier del Pd. Il centrosinistra: così si nasconde un fallimento. Si susseguono le legislature, cambiano di segno governi e maggioranze, ma la rotta dell’Italia rispetto al memorandum fra Italia e Libia resta la stessa. Con un voto nettamente polarizzato (153 sì del centrodestra, contro 112 no delle opposizioni e 9 astensioni), è passata alla Camera la mozione presentata da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati che impegna il Governo a “proseguire la strategia nazionale di contrasto ai trafficanti di immigrati e di prevenzione delle partenze dalla Libia, fondata sul Memorandum del 2017, procedendo al rinnovo dello stesso”. Si conferma dunque l’obiettivo ufficiale di cooperare nella lotta alla tratta di migranti e di fermare le partenze dal Paese africano, da perseguire attraverso una collaborazione nel controllo delle frontiere marittime e il sostegno italiano alla controversa Guardia costiera libica. Cambiano insomma di colore gli addendi (allora il premier era il dem Paolo Gentiloni e al Viminale sedeva Marco Minniti; ora la presidente del Consiglio è Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno è Matteo Piantedosi), ma il risultato no, visto che lo stesso esecutivo Meloni (che entro il 2 novembre avrebbe potuto decidere di chiedere uno stop al Memorandum) ha valutato di proseguire nel solco tracciato dal documento.
di Angela Stella
L’Unità, 16 ottobre 2025
Il cappellano di Mediterranea dopo il voto in Aula sui patti con la Libia: “Io stesso ho dovuto dare la benedizione in videochiamata a ragazzi cattolici catturati in mare, portati nei lager e lì ridotti in fin di vita”.
di Ludovica Lopetti
Corriere di Torino, 16 ottobre 2025
Ha chiesto la protezione internazionale a Torino nel 2017 e poi di nuovo nel 2025, ma in entrambi i casi gli è stata negata “per manifesta infondatezza”. A nulla è valso dichiarare che nel Paese d’origine, il Gambia, rischia la morte per il proprio orientamento sessuale. Lo scorso 26 settembre E.J., 27 anni, è stato fatto salire su un aereo per Banjul, la capitale, mentre ancora pendeva il ricorso contro l’ultimo rifiuto della commissione territoriale. L’udienza davanti al Tribunale civile (competente a giudicare in 2° grado le decisioni dell’organo prefettizio) si è svolta martedì, ma senza l’interessato, perché il giudice non ha concesso la sospensione del provvedimento di espulsione.
di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 16 ottobre 2025
Dall’Ucraina al Medio Oriente e alla Libia: il volto moderno dell’orrore e il dovere delle democrazie. Per molto tempo si è creduto che, con il progresso delle istituzioni democratiche, la diffusione della cultura dei diritti umani e l’integrazione economica tra i popoli, la barbarie fosse ormai relegata al passato. E invece, la realtà del nostro tempo ci costringe a una dolorosa presa d’atto: l’orrore non è una categoria della storia, ma una presenza viva e drammatica del nostro presente. Essa assume nuove forme, ma conserva la stessa essenza: la negazione della dignità umana, l’uso della violenza come strumento politico, la riduzione della persona a mezzo sacrificabile per interessi di potere.
di Francesca Mannocchi
Elle, 16 ottobre 2025
Siamo diventati spettatori professionali del dolore altrui. Guardiamo i conflitti in diretta, li commentiamo, poi cambiamo canale. La pace, invece, chiede presenza, lentezza, memoria. È un lavoro, non un’emozione. Tutti dicono “pace”. C’è parola più bella? No, non ce n’è. Pace è una parola breve, facile. Apparentemente. Ma ogni volta che la parola pace torna sulla nostra bocca, dovremmo chiederci: pace per chi? Pace a quale prezzo? Oggi “pace” non significa più la fine della guerra, ma il suo intervallo amministrato. A Gaza, in Israele, in Ucraina, nei tanti conflitti dimenticati, la pace è una formula diplomatica che copre la continuità della violenza.
di Letizia Tortello
La Stampa, 16 ottobre 2025
Il giornalista israeliano: “Il piano Trump ha molte falle, non dice chi governa Gaza. Irrealistici i due Stati, l’unica via per i palestinesi è la pressione internazionale”. “Vorrei poter dire che ci sarà uno Stato palestinese, ma non credo. Abbiamo perso quel treno. Con 700 mila coloni in Cisgiordania - persone violente, politicamente molto forti - non vedo alcun governo israeliano disposto a sgomberarli. L’unica soluzione è parlare di “democrazia dal fiume al mare”.
societadellaragione.it, 15 ottobre 2025
È stato presentato ieri, nella sala stampa della Camera dei deputati, il ricorso per conflitto di attribuzione promosso da Riccardo Magi (+Europa) contro il Governo sul cosiddetto “decreto sicurezza”. Il ricorso approderà alla Corte costituzionale il 20 ottobre, che dovrà decidere sull’ammissibilità di un’azione senza precedenti: un singolo parlamentare che contesta al Governo di aver espropriato il Parlamento delle sue funzioni legislative. Al centro della questione c’è la scelta dell’Esecutivo di trasformare in decreto‐legge un disegno di legge già in discussione da oltre un anno, identico nel titolo e nel contenuto. Una “fotocopia” che ha interrotto l’iter parlamentare, annullando di fatto la terza lettura alla Camera e ogni possibilità di confronto o modifica del testo.
di Rocco Romeo
Il Riformista, 15 ottobre 2025
La giustizia italiana non ha bisogno di muri tra accusa e giudizio, ma di una visione capace di restituire fiducia, efficienza e indipendenza reale. Il dibattito sulla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante ritorna ciclicamente come una promessa di riforma epocale, una sorta di panacea capace - secondo alcuni - di risolvere gran parte delle disfunzioni del nostro sistema giudiziario. Ma davvero basta dividere i percorsi di pubblico ministero e giudice per restituire efficienza, imparzialità e credibilità alla giustizia italiana? È una domanda che merita di essere affrontata con rigore e senza slogan. Oggi il rischio è quello di trasformare un tema tecnico e complesso in una bandiera ideologica, piegata alle esigenze del consenso o della contrapposizione politica.
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 ottobre 2025
Il presidente dell’Anm in audizione in Commissione giustizia alla Camera solleva dubbi sugli aumenti di pena: “Il cambiamento dev’essere culturale”. Criticità sulle aggravanti. “Temo che, nel momento in cui un uomo entra nell’ordine di idee di uccidere una donna alla quale magari è legato da una vita di affetti, sia molto difficile che l’idea di avere due o tre anni in più di pena possa essere un elemento di dissuasione. Da questo punto di vista, purtroppo, mi sentirei di escludere che l’aumento di pena, in sé, su questi reati che coinvolgono così a fondo la personalità e la vita di relazione, possa entrare in un calcolo costi-benefici”.
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