di Valentina Stella
Il Dubbio, 7 settembre 2024
Dalla separazione delle carriere al caso Natoli, passando per il dramma carcerario: intervista a Rossella Marro, Presidente di Unicost: “I cittadini si sono già espressi sulla separazione delle carriere in occasione di un referendum e l’hanno bocciata. Non è l’attuale assetto dei poteri dello Stato a preoccuparli, anzi hanno in più occasioni dimostrato cautela quando sono state proposte modifiche sostanziali allo stesso attraverso iniziative referendarie”.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 7 settembre 2024
È il tardo pomeriggio di ieri quando arriva la notizia del sostegno di Azione alla candidatura di Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia, perle Regionali in Liiguria, assieme a Pd, M5S, Avs e, chissà, Italia viva. Ne parliamo con il vicesegretario di Azione e vicepresidente della Camera, Ettore Rosato.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 7 settembre 2024
Il “Coordinamento nazionale dei direttori della Giustizia” ha annunciato una manifestazione per protestare contro quella che insiste nel considerare come una “soppressione” del relativo profilo professionale, e per chiedere l’ingresso nell’area delle cosiddette “elevate professionalità”. Appuntamento a Roma per martedì 10 settembre. L’iniziativa viene assunta nonostante il ministero della Giustizia avesse chiarito, in un comunicato diffuso nei giorni scorsi, che la questione sarebbe rimasta “devoluta al confronto con le organizzazioni sindacali per la stipula del nuovo contratto integrativo e la definizione delle nuove famiglie professionali”. Via Arenula aveva anche assicurato che “il confronto, leale, trasparente e costruttivo è tuttora in corso e il ministero conferma la disponibilità ad ascoltare le istanze dei rappresentanti dei dipendenti amministrativi e a riprendere il tavolo di concertazione, come previsto, a settembre”.
di Paolo Frosina
Il Fatto Quotidiano, 7 settembre 2024
Precari, demansionati e ora pure lasciati per mesi senza stipendio. Assume contorni sadici il trattamento riservato agli addetti all’Ufficio per il processo (Upp), l’esercito di funzionari reclutati con i fondi Pnrr per velocizzare i tempi della giustizia e abbattere l’arretrato, supportando i magistrati nello studio dei fascicoli e nella stesura dei provvedimenti. Un esperimento in parte già fallito a causa delle condizioni offerte dallo Stato a questi lavoratori, spesso non più giovanissimi: nonostante la qualifica richiesta (laurea in Economia, Giurisprudenza o Scienze politiche) e le enormi aspettative caricate sulle loro spalle, sono stati assunti con contratti a termine della durata massima di due anni e sette mesi, prorogati solo di recente fino a quattro anni e spiccioli per i primi entrati in servizio (febbraio 2022). Ma moltissimi di loro - circa un terzo - nel frattempo avevano già lasciato l’incarico per un impiego più stabile, quasi sempre nella stessa pubblica amministrazione. Così il governo ha dovuto prendere atto del fallimento e rinegoziare al ribasso con Bruxelles il target di assunzioni da raggiungere entro il 30 giugno 2024, abbattuto da 19.719 a diecimila. Per centrarlo, ad aprile è stato bandito un nuovo concorso, vinto da 3.352 laureati che hanno preso servizio lo scorso 21 giugno e da allora lavorano negli uffici giudiziari di tutta Italia. O forse sarebbe meglio dire che fanno volontariato: a quasi tre mesi dall’assunzione, infatti, la maggior parte dei nuovi ufficiali del processo non ha ancora visto un euro di paga.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 7 settembre 2024
“La condizione più adeguata alla situazione di salute del paziente” Renato Vallanzasca “è una Rsa, struttura residenziale per persone affette da Alzheimer/demenza”, perché il suo attuale stato “rende difficile la compatibilità con il regime carcerario, anche per la necessità di assistenza sempre più intensa e continuativa”. A dirlo non è più la difesa dell’archetipo di “bandito” degli anni 70-80, in carcere da 52 dei suoi 74 anni per scontare quattro ergastoli per omicidi, rapimenti, rapine ed evasioni: per la prima volta, invece, lo attesta una relazione al Tribunale di Sorveglianza di Milano dell’ambulatorio di psichiatria del servizio di medicina penitenziaria dell’Asst San Paolo, proponendo appunto “il differimento della pena in residenza sanitaria assistenziale”, o in subordine, “se non possibile” questa soluzione, “il trasferimento” da Bollate “in un istituto penitenziario dotato di Sai-Sezione di assistenza sanitaria intensiva”.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2024
In un contesto di pregressa conflittualità e aggressività possono rilevare come atti persecutori anche due soli post sul profilo social “aperto” dell’autore facilmente riferibili da terzi alla vittima. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 33986/2024 - ha confermato la condanna per stalking fondata su due post pubblicati su Facebook, non sul profilo della vittima, ma su quello dell’autore del reato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 settembre 2024
Un detenuto di 18 anni, recluso da luglio in attesa di giudizio, ha perso la vita nella cella che condivideva con un compagno, per un incendio appiccato, sembrerebbe, da loro stessi. Nella quiete della notte, quando il nostro Paese si abbandonava al dolce respiro del sonno, il silenzio è stato rotto da un grido disperato che si è consumato tra le fiamme divoranti, dentro una cella che, ironia del destino, doveva essere un luogo di custodia e non una trappola mortale. Youssef Barsom, 18 anni, il volto giovane di una tragedia antica, è morto arso vivo nel cuore della notte, nella Casa circondariale di Milano San Vittore. Un’altra vittima del sistema carcerario italiano. Un sistema che sembra aver smarrito ogni umanità.
di Ilaria Beretta
Avvenire, 7 settembre 2024
L’ex tutrice: “Ragazzo con fragilità mentali, come poteva stare nel carcere più sovraffollato?”. Aveva compiuto 18 anni da pochi mesi ed è morto carbonizzato a Milano, nella cella del carcere di San Vittore - il più sovraffollato d’Italia - dove era recluso in attesa del processo. Tutto è capitato velocemente, di notte, tra giovedì e venerdì. Un incendio è divampato, probabilmente da un materasso, nella stanza che Youssef Mokhtar Loka Barsom, di origini egiziane, condivideva con un altro detenuto, che è riuscito a salvarsi ed è ora indagato. Forse le fiamme sono state innescate dai detenuti stessi per protesta o forse per un tragico incidente: la dinamica esatta - che presuppone anzitutto il capire come un accendino possa essere finito in cella - deve ancora essere chiarita dai pm di Milano che hanno aperto un’indagine ma intanto la morte di Youssef aggiunge una ennesima linea, destinata a non essere l’ultima, nei rapporti che fotografano la situazione dei penitenziari italiani e che assomigliano ormai in tutto e per tutto - ha dichiarato Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uilpa Polizia Penitenziaria - a un “bollettino di guerra”.
di Paola Fucilieri
Il Giornale, 7 settembre 2024
Il ragazzo arrivato in Italia da minorenne su un barcone. Nelle Rems 445 ospiti, in 675 aspettano di entrare. L’egiziano morto carbonizzato l’altra notte a San Vittore, il 18enne Youssef, come racconta il suo legale Marco Ciocchetta, era arrivato in Italia dall’Egitto, passando per la prigione in Libia, a bordo di un barcone quando era minorenne. L’avevano trovato legato nel bagno del barcone, punito per i suoi comportamenti respingenti verso gli altri. “Con un vizio di mente riconosciuto, Joussef non doveva proprio stare in carcere e la colpa principale non è da addebitarsi al sistema carcerario, ma a quello sanitario” interviene Giuseppe Moretti, presidente del sindacato della Polizia Penitenziaria Uspp. E spiega: “Il giovane egiziano morto carbonizzato a San Vittore doveva stare in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), che prevede di adottare una terapia e una riabilitazione strettamente personali nei confronti del paziente, tenendo conto del grado della misura di sicurezza giudiziaria e della pericolosità personale e sociale o del reato commesso”.
di Simone Bianchin
La Repubblica, 7 settembre 2024
Youssef, diciotto anni appena, era stato dichiarato incapace di intendere e di volere. Il Garante dei detenuti: “Con questo sovraffollamento fatti come questi vanno messi in conto”. Le opposizioni in Regione: una seduta del Consiglio sul tema. “La morte di un ragazzo di diciotto anni nel carcere di San Vittore è un fatto gravissimo, inaccettabile: l’ennesima morte in un carcere italiano di una persona affidata allo Stato”, scrive l’assessore comunale al Welfare, Lamberto Bertolè. La morte è quella di Youssef Baron, deceduto nella notte tra giovedì e ieri nell’incendio della sua cella. La vittima, che in passato una perizia psichiatrica aveva certificato essere incapace di intendere e di volere e che attualmente assumeva psicofarmaci, potrebbe avere appiccato fuoco al suo materasso. Ma, che di suicidio o tragico incidente si tratti, il tema resta quello del sovraffollamento delle carceri e di quello cittadino in particolare. “In un carcere che ha un sovraffollamento spaventoso come San Vittore, nonostante tutte le precauzioni, questi fatti purtroppo vanno messi in conto”, dice quasi rassegnato il Garante dei detenuti Francesco Maisto.
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