di Maurizio Crippa
Il Foglio, 7 settembre 2024
Il 70esimo suicidio in otto mesi, anche sette agenti si sono tolti la vita. Situazione tragica, politica e società assenti. Italia fuori dallo stato di diritto. Una questione culturale e democratica che riguarda tutti. Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa polizia penitenziaria, dando ieri l’annuncio che un detenuto 18enne di origini egiziane è morto carbonizzato nella sua cella a San Vittore, un materasso incendiato, ha specificato con prudenza “non crediamo possa parlarsi di suicidio”. Ha ragione ma anche tragicamente torto, per due motivi diversi. Il primo è tecnico, incendiare un materasso è mettere a rischio, per protesta, la propria vita. Il secondo è che nel 2024 i suicidi di detenuti sono 70, record inaccettabile, cui vanno aggiunti i sette agenti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno. E quando 70 cittadini affidati alla custodia dello stato e sette rappresentanti di quello stesso stato si tolgono la vita, è più corretto parlare di omicidio di stato. Non è una forzatura polemica, è la constatazione politica che queste morti sono il frutto diretto, e forse da qualcuno messo in conto, non solo di un disinteresse civile e umanitario, ma del tradimento dello stato di diritto e dello stesso dettato costituzionale.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 7 settembre 2024
È agghiacciante, è tragico, è sconcertante, è annichilente: un ragazzino di appena diciotto anni è morto carbonizzato nella sua cella, la definitiva prigione dalla quale non è potuto uscire in tempo. È successo nel carcere milanese di San Vittore. Le fiamme che sono divampate e hanno avvolto l’intera stanza erano state probabilmente appiccate da lui stesso. Gli operatori del carcere non sono arrivati in tempo per liberare dal rogo Loka Moktar Joussef Baron, giovanissimo di origini egiziane. Il compagno di cella per fortuna è stato tratto in salvo. Capiremo nelle prossime ore come si sono svolti gli accadimenti, se sia stato un tentativo di suicidio o, come pare più probabile, un gesto estremo di richiesta di ascolto.
di Gaia Tortora
La Stampa, 7 settembre 2024
Lo Stato non comprende che non si risolve il problema buttando tutti dentro. Servono percorsi protetti e di recupero vero per superare il loro disagio. “Joussef era un po’ mattacchione ma tanto buono e con un cuore grande”. Quando arriva la notizia della morte di Joussef Barson Motkar Loka, appena 18 anni, a San Vittore in attesa di giudizio, in una chat di parenti e familiari di persone detenute compare questo messaggio. Joussef è morto bruciato dentro la sua cella, dove si trovava con un altro detenuto che ora è indagato per omicidio colposo. Nel tentativo di inscenare una protesta avrebbe dato fuoco al materasso. È finita male per Joussef e per i suoi 18 anni. Pochi ma tantissimi per chi come lui aveva già passato l’inferno della Libia, un viaggio sul barcone legato mani e piedi e un trauma che lo classifica con un “vizio totale di mente”.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 7 settembre 2024
Spoon river. 5 settembre. Imperia. Detenuto italiano di 45 anni si impicca alle sbarre della cella, quando gli altri sono fuori all’aria. Non ho trovato il nome. Ho trovato il suo curriculum criminale. Era stato condannato in passato a un anno per reati minori, “furto, resistenza” (furto da poco, per una condanna simile in un regime così prodigo di anni). Ora stava scontando sei mesi: 6 mesi. Sarebbe uscito a gennaio. Era certificato il suo stato di malessere psichiatrico. A modo suo, si è impiccato nell’ora d’aria.
di Carlo Taormina*
Il Tempo, 7 settembre 2024
Se non vogliamo aspettare il prossimo suicidio o la prossima rivolta nelle carceri italiane per ricominciare a batterci il petto per la condizione incivile e violatrice dei diritti umani in cui vengono costretti a vivere i nostri detenuti in attesa di giudizio o condannati, occorre intervenire presto e bene, studiando provvidenze che si inseriscano in un armonico piano di più profonde riforme. Noi abbiamo un sistema penale in cui il carcere è sostanzialmente la sola sanzione; non solo, ma la risposta sanzionatoria del nostro paese è la più pesante in Europa: il codice penale è quello fascista del 1930 ed è rimasto invariato, salvo ad essere peggiorato in termini di gravità delle pene. A questa situazione si è aggiunta nel tempo un’autentica aberrazione: l’ordinamento penitenziario, nato per attuare il principio costituzionale della rieducazione del condannato, si è trasformato in una fonte di aggravamento della mano punitiva dello Stato.
di Simona Musco
Il Dubbio, 7 settembre 2024
“Bisogna vedere, bisogna starci, per rendersene conto”, diceva Pietro Calamandrei alla Camera il 27 ottobre 1948. E Sergio Sottani, procuratore generale di Perugia, sembra essere uno dei pochi magistrati ad aver raccolto quell’invito, ad aver scelto di vedere le carceri e andare oltre la teoria. Il tour negli istituti penitenziari umbri si è concluso nei giorni scorsi. Il procuratore generale ne ha riassunto gli esiti mercoledì, affiancato dai procuratori del distretto, i direttori ed i comandanti della Polizia penitenziaria, oltre ai vertici dell’Ufficio distrettuale di esecuzione penale esterna. Sovraffollamento, carenza di personale, elevato numero di reclusi con problemi di tossicodipendenza e affetti da disturbi principali sono le principali criticità rilevate nel corso delle recenti visite istituzionali del Procuratore Generale.
di Irene Famà
La Stampa, 7 settembre 2024
“Un aspetto del decreto carceri, su cui mi sono battuto in prima persona, è l’aumento dei colloqui telefonici”. Investire sul percorso rieducativo. Per i detenuti, per la comunità esterna e per diventare modello agli occhi dell’Europa”. Il senatore Andrea Ostellari, sottosegretario alla Giustizia, analizza la situazione carceri.
Il Dubbio, 7 settembre 2024
Il ddl sicurezza prevede, fra le varie misure repressive, la non obbligatorietà del rinvio della pena per le donne incinte e per le madri di bambini fino a un anno di età. Il rinvio non solo diventa facoltativo, con tutti i problemi inevitabilmente legati anche alle tempistiche per ottenerlo, ma può essere rifiutato laddove si ritenga che la donna possa commettere ulteriori reati. Abbiamo sempre affermato che nessun bambino e bambina dovrebbe stare in carcere, che il carcere non è luogo dove la relazione madre bambino possa essere serena, tantomeno può essere il luogo ove una donna possa portare avanti in condizioni di sicurezza e dignità la propria gravidanza e, infine, partorire. E neppure possono essere soluzioni congrue gli Icam, istituti a custodia attenuata, che sono pur sempre strutture carcerarie.
di Manlio Morcella*
L’Unità, 7 settembre 2024
Il 10 luglio scorso, l’aula della Camera abrogava il reato di abuso di ufficio. Così, dopo ben 12 ore ininterrotte di lavoro, veniva approvata la riforma Nordio. Risultato assai discutibile, conseguito ottimizzando anche la massiccia propaganda, incentrata sulla esigenza di tutelare i sindaci intimoriti di essere inquisiti per abuso e sulle poche condanne che avrebbero contrassegnato la vita del modello penale. Che propaganda fosse, è pacifico. L’abuso di ufficio non riguarda solo i sindaci, bensì tutti i pubblici ufficiali, responsabili di abusi: magistrati che favoriscono o danneggiano taluno, medici che non rispettano le liste di attesa, soprattutto amministratori di enti pubblici o para pubblici - di designazione partitica - che agevolano l’imprenditore o il professionista della stessa parte politica.
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 settembre 2024
“È per il bene del Paese”. In genere negli slogan elettorali si dice così. Con un’enfasi a metà fra l’iperbole risorgimentale e il paternalismo da prima Repubblica. Ma sentirlo dire dai magistrati colpisce. Soprattutto dai magistrati impegnati “politicamente”. A pronunciare una frase così solenne è stata, nei giorni scorsi, la presidente uscente dell’Anm sezione Napoli, Ida Teresi. Una pm antimafia importante, con alle spalle diverse indagini delicate, ora in prima linea nella Procura guidata da Nicola Gratteri. Nel passare il testimone alla collega Cristina Curatoli, nell’augurarle buon lavoro, le ha appunto detto: “Sarà importante continuare a sostenere l’Associazione per dare voce alla magistratura italiana in un momento davvero complicato, con l’impegno di tutti e di ciascuno. Per il bene del Paese”.
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