di Gabriella Cantafio
vita.it, 21 giugno 2024
In un libro e in un podcast la storia del cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano che ha realizzato la comunità Kayros. Alle porte di Milano, nel comune di Vimodrone, c’è un luogo magico in cui gli errori vengono trasformati in opportunità. A decretare il livello di difficoltà per recuperare la propria libertà sono i colori delle quattro case: arancione, giallo, azzurro e verde. Come la speranza che, oltre 20 anni fa, ha guidato Don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano, verso la realizzazione della comunità Kayros, dove attualmente accoglie circa 50 ragazzi, tra i 14 e i 25 anni. Soprattutto in quest’epoca in cui la criminalità giovanile inonda le pagine di cronaca, tutti li considerano ragazzi difficili che finiscono dietro le sbarre per crimini più o meno gravi, ma, come ribadisce la scritta all’ingresso: Non esistono ragazzi cattivi.
di Elena Rosselli
Il Fatto Quotidiano, 21 giugno 2024
“L’odio? Soltanto uno spreco di energia”. Un memoir carcerario, una riflessione politica su cosa significhi definirsi palestinese, un racconto d’amore. È tutto questo e molto altro Il racconto di un muro di Nasser Abu Srour. Pieno di riferimenti alla filosofia occidentale - Kierkegaard, Freud, Derrida solo per citarne alcuni - e al cristianesimo, è un testo denso, stratificato, estremamente coerente nella sua struttura complessiva, nonostante sia impossibile sapere come abbia fatto l’autore a scrivere e far arrivare fuori dal carcere il manoscritto, pubblicato per la prima volta nel 2022 da Dar Al Adab, un’editrice di Beirut, dopo due anni di vicende rocambolesche.
di Chiara Lalli
Il Dubbio, 21 giugno 2024
Passano ormai inosservate cose come il reato di aiuto al suicidio, vero lascito del ventennio: Alfredo rocco, 1930. È tutto fascismo. Niente lo è. Ci ho pensato tutta la mattina, mercoledì, durante l’udienza della Corte costituzionale sull’articolo 580 del codice penale (o meglio su uno dei requisiti decisi dalla sentenza 242 della Corte nel 2019; tra poco ci torno). Codice Rocco, una delle cose per cui sarebbe lecito e giusto usare quella parola lì. È un articolo che ha quasi cento anni e che punisce l’aiuto e l’istigazione al suicidio, e che mi riguarda perché rischio di essere condannata per aver accompagnato Massimiliano in Svizzera - insieme a Marco Cappato e a Felicetta Maltese.
di Gianfranco Schiavone
L’Unità, 21 giugno 2024
Nella prefazione a Chiusi dentro. I campi di confinamento dell’Europa del XXI secolo, Livio Pepino scrive: “Il concetto chiave per definire le politiche migratorie è racchiuso in un termine, solo all’apparenza opposto a quello che dà il titolo a questo volume: “fuori”. È questo il non luogo dove devono stare i migranti”.
di Angelo Mastrandrea
Il Manifesto, 21 giugno 2024
Sabato in piazza con la Flai Cgil. Elly Schlein: ci sarà anche il Pd. Il titolare dell’azienda al Tg1 rovescia le colpe sul migrante morto. La tragica morte di Satnam Singh, il giovane indiano a cui lunedì mattina un macchinario ha tranciato un braccio e schiacciato le gambe, e il mancato soccorso da parte dei suoi datori di lavoro, hanno sconvolto la comunità indiana dell’agro pontino, che conta almeno 12 mila persone. “Già nel passato ci siamo trovati a subire situazioni di particolare gravità, ma mai avremmo pensato di trovarci di fronte a un atto di questa ferocia”, ha detto ieri il presidente della comunità indiana di Latina Gurmukh Singh. I braccianti sabato sciopereranno per due ore a fine turno e scenderanno in piazza insieme alla Flai Cgil. Elly Schlein ha annunciato che alla manifestazione parteciperà anche il Pd, mentre il segretario della Cgil Maurizio Landini.
di Vittorio Alessandro*
L’Unità, 21 giugno 2024
Sono trascorsi 5 giorni, prima che la barca a vela partita dalla Turchia ricevesse soccorso nonostante fosse alla deriva. Tante barche l’hanno ignorata. Una strage figlia delle politiche anti-immigrati di questo governo. Dovremmo affrettarci a dare un nome al naufragio di quattro giorni fa al largo delle coste calabresi, perché gli affondamenti senza titolo vengono presto dimenticati. Cutro o il 13 ottobre, con i cadaveri sulla spiaggia o allineati in banchina, rimangono, con la loro triste etichetta, a interrogare le nostre coscienze. Senza nome sono quasi sempre i naufragi più lontani, che si confondono tra loro e le cui vittime, anch’esse anonime, durano soltanto il tempo buono delle statistiche. A proposito: sono già 800 i morti dall’inizio dell’anno e, secondo qualcuno, questo sarebbe un dato favorevole. Quest’ultimo potremmo registrarlo come il Naufragio dei cinque giorni: tanti ce ne sono voluti perché la barca a vela - partita l’11 giugno dal porticciolo turco di Bodrum e affondata, forse dopo un’esplosione, nella notte fra domenica e lunedì - venisse finalmente raggiunta dal mercantile che ha salvato 12 superstiti (una donna è morta nel tragitto di sbarco), mentre i dispersi sarebbero 64, tra i quali 26 bambini e intere famiglie fuggite dall’Afghanistan. Poi iraniani, curdi, iracheni.
di Marco Bertotto*
L’Unità, 21 giugno 2024
All’indomani dell’ennesima strage in mare, il dolore dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime reclama risposte, azioni e responsabilità da parte delle istituzioni italiane ed europee per impedire altre morti. Di fronte all’ennesima conta straziante, 21 salme e oltre 60 dispersi in soli 10 giorni, il silenzio istituzionale è vergognoso. Un silenzio incurante del dolore di chi sopravvive, un vuoto disumano non tollerabile. Non c’è risposta dai governi italiani e dalle istituzioni europee agli oltre 1.000 morti nel Mediterraneo solo quest’anno; la loro inerzia lo ha svuotato di mezzi e risorse di ricerca e soccorso. Sei morti al giorno sono qualcosa di più che la dimostrazione di un fallimento delle autorità italiane, smascherano soprattutto una tragedia umanitaria costruita a tavolino, provvedimento dopo provvedimento, dai diversi governi che si sono succeduti in questi anni.
di Marina Della Croce
Il Manifesto, 21 giugno 2024
Accolto il ricorso di un cartello di Ong: “Non è un Paese sicuro”. La sentenza attesa per luglio. Proprio nei giorni in cui la Tunisia formalizza la creazione di una sua zona di ricerca e soccorso (Sar) nella quale dovrebbe intervenire in aiuto delle imbarcazioni dei migranti in difficoltà, il Consiglio di Stato sospende il trasferimento di sei motovedette a Tunisi accogliendo l’istanza cautelare presentata da una serie di ong che contestano la continua violazione dei diritti umani messa in atto nel paese nordafricano nei confronti di quanti cercano di attraversare il Mediterraneo. La decisione finale verrà presa l’11 luglio prossimo, giorno in cui è stata fissata la camera di consiglio, ma per il momento le imbarcazioni restano all’ancora in Italia. Nel frattempo un rapporto messo a punto dalla ong Alarm Phone insieme alla società civile tunisina e intitolato “Mare interrotto”, mette nero su bianco le violenze compiute proprio dalla Guardia costiera tunisina nei confronti dei migranti.
di Domenico Quirico
La Stampa, 21 giugno 2024
C’è un luogo in cui russi e ucraini si ritrovano sotto lo stesso tetto, insieme alle altre potenze. È la fiera bellica di Parigi, dove l’industria delle armi vola, corteggiata da destra e da sinistra. Il secondo anno di massacri ha fatto il suo lavoro. Un cielo fosco ci tiene nell’ombra e il vento di guerra pietrifica i mondi. A popoli interi, per cui le promesse sono diventate un soffio, non resta che trovar rifugio tra le rovine e attendere. Spappolato il comunismo, incancrenito l’Occidente tra parole grosse, frasi fatte e altri nauseabondi ingredienti della politica, condannato, ci mancherebbe, dalle sue selvagge sillabe il jihadismo planetario, non credevo fossero rimasti universalismi possibili, linguaggi comuni, Weltanschauung unificanti. Poi ho riscoperto “Eurosatory”, a Villepinte, banlieue di Parigi e il suo venticinquesimo salone mondiale degli armamenti.
di Paolo Fruncillo
La Discussione, 21 giugno 2024
In molte carceri americane le videochiamate sono l’unico modo in cui i detenuti possono vedere i propri cari. Reekila Harris-Dudley attendeva con ansia una videochiamata, seduta su una cassa di plastica nella prigione della contea di Genesee a Flint, Michigan, di fronte a uno schermo. Quella era l’unica possibilità per augurare a sua figlia un felice quarto compleanno faccia a faccia. Purtroppo, il sistema non funzionava. Come molte persone detenute nelle carceri americane, Harris-Dudley non ha potuto vedere sua figlia perché la contea di Genesee ha sostituito le visite in presenza con videochiamate, spesso costose e problematiche.









