di Adriana Pollice
Il Manifesto, 31 dicembre 2023
Il governo vara una stretta dietro l’altra, l’effetto è nullo mentre taglia l’accoglienza. Sono sbarcati nel 2023 in 155.754 (erano 103.846 nel 2022); scomparse 2.678 persone. Due decreti Cutro, accordi con Libia, Tunisia e adesso anche Albania, fondi dirottati dall’accoglienza alla detenzione nei Cpr, il risultato è nei dati del “cruscotto statistico” del Viminale: dal primo gennaio al 29 dicembre 2023 sono sbarcati in Italia 155.754 migranti, nel 2022 erano stati 103.846, nel 2021 67.040. Per usare uno degli slogan cari alla destra, “la sostituzione etnica” ha accelerato il ritmo durante il governo Meloni: gli arrivi sono cresciuti del 50%. Le politiche feroci, quindi, non sono servite a bloccare i flussi ma solo a rendere più difficile l’inserimento nel tessuto sociale. D’altro canto l’Istat ha appena pubblicato il censimento del 2022, ribadendo che l’Italia è nel pieno della spirale demografica verso il basso, con la popolazione che è calata sotto i 59 milioni.
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 31 dicembre 2023
Sei strutture pronte nelle prime settimane. Si rafforza la collaborazione di tunisini e libici. Albania e Ue: si aspettano gli effetti dell’intesa con Tirana
e del Patto tra i Paesi europei sui migranti. La strategia 2024 per affrontare le ondate di migranti che potrebbero ancora una volta investire le coste italiane (ma anche la frontiera terrestre orientale, dove termina la rotta balcanica) si muove su due canali: l’apertura effettiva dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e gli stessi rimpatri di profughi, ai quali non sarà riconosciuta la richiesta di asilo: se ne annunciano molti, vista la stima del 90% di domande presentate da persone che provengono da Paesi considerati sicuri, in base alle norme europee.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 31 dicembre 2023
Bilancio di fine 2023 del ministro dell’Interno: “Ma va detto grazie a Libia e Tunisia. Se non ne avessero fermati più di 120 mila, ci sarebbe stato il doppio di arrivi”. A Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, piace parlar chiaro. Anche a spese del politicamente corretto. E se deve fare un bilancio di fine anno, per dire, sull’immigrazione ringrazia sentitamente la Guardia costiera della Libia come quella della Tunisia perché hanno bloccato “molte decine di migliaia di altri arrivi”. Il ministro ha sul tavolo anche un numero preciso: sarebbero stati 121.883 migranti fermati quest’anno in mare o a terra in Tunisia e in Libia.
di Ammiraglio Vittorio Alessandro*
L’Unità, 31 dicembre 2023
Non avremmo saputo neanche degli annegati del 15 dicembre se la notizia non fosse stata diffusa da una fonte non istituzionale, come non accade mai per qualunque altro navigante. Parlo da ufficiale in congedo delle Capitanerie di porto (ma non ci si congeda mai da un impegno che ha segnato la propria vita) e da cittadino modestamente impegnato a mantenere alta l’attenzione sul soccorso in mare. Non capisco l’imbarazzo e il silenzio sui soccorsi in favore dei migranti: il celebrato comandante Todaro testimoniò la prevalenza delle ragioni etiche sul rigore degli ordini ingiusti.
di Chiara Sgreccia
L’Espresso, 31 dicembre 2023
Parla la fondatrice di una rete di scuole clandestine nel Paese che sta portando avanti una sistematica persecuzione di genere. “Non possiamo più fare niente, siamo escluse dalla vita sociale. Per questo rischiamo la vita pur di imparare”. “Sapevo che sarebbe andata così. Quando nell’estate del 2021 i talebani sono entrati a Kabul - mentre gli americani completavano il disordinato ritiro delle truppe e migliaia di persone cercavano disperatamente di lasciare l’Afghanistan- hanno usato proprio le stesse parole che avevano già detto nel 1996: che avrebbero reso il Paese sicuro seguendo i dettami della Sharia. E che le donne avrebbero potuto frequentare scuole e università”, ricorda Parasto Hakim, con la voce che ancora trema. E l’emozione che ogni tanto le fa mancare il respiro necessario a mantenere un tono stabile.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 2 gennaio 2024
Ci siamo illusi per anni, noi volontari che operiamo nelle carceri, che “dovesse passare la nottata”, sentivamo che “il malato era grave” ma speravamo che qualche cosa di buono potesse però ancora succedere. Papa Francesco ha affermato con forza che non ci può essere pena senza una finestra di speranza, sarebbe importante che dicesse anche quanto è doppiamente sadico socchiudere quella finestra, e poi richiuderla brutalmente. E invece è successo e succede di continuo per le carceri, è successo con l’ergastolo ostativo cacciato dalla porta dalla Corte Costituzionale e rientrato dalla finestra in una legge, che rende quasi impossibile l’accesso ai benefici per gli ergastolani ostativi che non hanno collaborato con la giustizia. È successo con il sovraffollamento, per cui la Corte europea ci aveva imposto di dare delle risposte, e delle risposte, per quanto parziali, erano state date, ma ora il sovraffollamento sta montando senza sosta e di risposte non se ne vedono.
di Rebecca
Ristretti Orizzonti, 30 dicembre 2023
Lettera di una studentessa dell’Istituto Newton Pertini di Camposampiero (PD). “Cara persona detenuta, uso un sostantivo così generale per cercare di racchiudere chiunque si trovi in uno stato di detenzione, e non una singola persona. Durante il 2023 ho avuto l’opportunità di avvicinarmi molto al tuo mondo anche grazie al progetto scuola/carcere proposto dalla mia scuola. Prima di questi progetti non mi ero mai preoccupata di cosa potesse significare passare il tempo in carcere e nemmeno di come quest’ultimo fosse organizzato, e penso di poter estendere questa mia noncuranza ed ignoranza a gran parte della società.
di Luigi Travaglia*
Il Manifesto, 30 dicembre 2023
Il dibattito sulla detenzione lo seguiamo anche da qui, dalla tv. Hanno vinto le idee di vendetta e punizione perché soddisfano meglio gli istinti della piazza. Quando poco prima di mezzanotte rientro in carcere dopo una giornata di lavoro, in cella le luci sono già spente. L’unico chiarore che mi aiuta nel buio a evitare di inciampare e svegliare gli altri arriva dalla televisione che qualcuno si è dimenticato di spegnere la voce dei conduttori tv viene fuori dalle celle e raggiunge i corridoi, affianca i miei passi al secondo piano, evidentemente i miei compagni non sono gli unici a seguire l’attualità. La televisione è lo strumento principale attraverso cui i detenuti seguono le notizie, anche i dibattiti sul carcere.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 30 dicembre 2023
Fra i meccanismi che hanno storicamente portato al sistema carcerario, alla sua ipertrofia e alla sua irriducibilità al senso di umanità e al buonsenso pratico c’è l’interesse di una vasta gamma di categorie che del carcere vivono: e non sono soltanto né tanto i carcerieri. Uno che avesse il talento di Jonathan Swift potrebbe raccontare, piuttosto che la galera come specchio della società, la società come rendita materiale e culturale della galera.
di Enrico Cicchetti
Il Foglio, 30 dicembre 2023
I punti critici sono sempre gli stessi: tasso di crescita dei detenuti, sovraffollamento, istituti fatiscenti. Ci sono stati 68 suicidi dietro le sbarre nell’anno appena trascorso. Migliorano percorsi formativi e istruzione. Un rapporto di Antigone. Dopo avere partecipato alla messa del 24 dicembre nel penitenziario della sua Treviso, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha ribadito che occorre “potenziare le occasioni di lavoro per i detenuti” e investire “sul reinserimento”. Ancora però non si vede all’orizzonte nessun progresso del piano che il guardasigilli aveva avanzato quest’estate in risposta all’emergenza sovraffollamento nelle carceri. Un piano che avrebbe dovuto guardare anche al riuso delle caserme dismesse come luoghi di detenzione per i detenuti a bassa pericolosità oltre che al lavoro formativo e professionalizzante per chi è dietro le sbarre. Del resto, già ad agosto Patrizio Gonnella, il presidente di Antigone, l’associazione che da anni si batte per i diritti dei detenuti, aveva detto al Foglio che la proposta di Nordio, “non sta in piedi né sul piano teorico né su quello pratico”. Da un lato perché un carcere ha bisogno di un’architettura pensata appositamente, “in grado di rispettare gli standard internazionali riguardanti gli spazi della detenzione”. Nella pratica perché “si tratta di un processo lungo e costoso”.
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