di Francesca Morandi
La Provincia di Cremona, 1 febbraio 2026
Crotti (Camera penale): “Tutto come prima, non c’è luce in fondo al tunnel”. Sovraffollamento, suicidi, atti di autolesionismo. E “ricorrenti invasioni di scarafaggi”. Nel carcere di Cremona, “le condizioni di vita dei detenuti sono invivibili e disumane”. La denuncia è potente. Arriva da Maria Luisa Crotti, avvocato di Crema, presidente della Camera penale della Lombardia orientale. Da tre anni interviene alla cerimonia “e purtroppo, sono costretta a ripartire ancora dalle carceri con la tragica consapevolezza che gli anni sono passati, ma le cose sono solo peggiorate”.
di Sandro Marotta
La Stampa, 1 febbraio 2026
Il direttore della Casa circondariale di Cerialdo solleva il problema della mancanza di risorse finanziarie per far lavorare i detenuti. “Nel carcere di Cuneo su 350 detenuti della media sicurezza, 170-180 hanno meno di 10 euro sul conto. C’è una grave situazione di povertà, servirebbero più risorse per garantire lavoro a tutti”. È il quadro tracciato da Domenico Minervini, direttore della Casa circondariale di Cerialdo. Dell’istituto cuneese in questi giorni si è parlato parecchio per via di alcune segnalazioni che evidenziavano come nel padiglione “Gesso” mancasse acqua calda in alcune ore del giorno. L’aggiornamento: “L’emergenza è superata, sono ormai tre pomeriggi che va tutto bene con il nuovo scambiatore - spiega Minervini -. Noi il problema ce l’avevamo in carico già una settimana prima della visita della consigliera Giulia Marro. La rettifica che vorrei fare è che il carcere non è privo di acqua calda. Se un detenuto si sveglia e si vuole fare la doccia calda può farlo, il problema effettivamente si presentava al pomeriggio”. Il disagio interessava soprattutto i detenuti lavoratori a fine turno.
tvprato.it, 1 febbraio 2026
591 detenuti presenti a fronte di 542 posti disponibili. Sono i numeri del carcere della Dogaia, aggiornati al 21 gennaio scorso. Al problema del sovraffollamento nella casa circondariale pratese si aggiungono quello delle celle troppo strette per ospitare 3 detenuti, come avviene in molte sezioni. Lo ha scoperto la scorsa estate la Camera Penale di Prato che con una perizia di parte ha sconfessato le misurazioni ufficiali fornite dalla direzione del carcere della Dogaia e appurato che non era garantito lo spazio minimo vitale di 3 metri quadri a detenuto. Ne è scaturita un’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che ha riconosciuto i rimedi risarcitori previsti in casi come questi: riduzione della pena con liberazione anticipata di 1 giorno ogni 10 giorni scontati in condizioni degradanti oppure, nei casi di detenzione già conclusa, risarcimento di 8 euro per ogni giorno di inumano trattamento in carcere. Di “rimedi risarcitori, liberazione anticipata e misure alternative anche alla luce dei recenti interventi della Corte Costituzionale” si è parlato ieri al convegno, dedicato al sovraffollamento carcerario, organizzato dalla Camera Penale di Prato a Palazzo Banci Buonamici.
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 1 febbraio 2026
Nei momenti in cui il conflitto si fa più intenso spesso accade che le parole cambino di segno e che possano essere strappate alla controparte che magari se ne era appropriata in forma indebita. In mezzo al fumo dei lacrimogeni e le fiamme dello scontro, ci si vede poco. Vedono male, e invocando misure pericolose, quelli della maggioranza ma si lanciano nel buio anche alcuni dei manifestanti. Eppure, non bisogna farsi trarre in inganno dalla inquadratura stretta. Occorre leggere il contesto. E quel contesto è illuminato da una luce che riguarda la libertà. Nei momenti in cui il conflitto si fa più intenso spesso accade che le parole cambino di segno e che possano essere strappate alla controparte che magari se ne era appropriata in forma indebita. L’altra sera, chiamando sul palco di Minneapolis Bruce Springsteen, Tom Morello lo ha definito “freedom fighter”: combattente per la libertà. È accaduto nel mezzo della battaglia delle città statunitensi contro gli occupanti dell’Ice, le milizie che in nome della sicurezza urbana e del controllo dei confini portano avanti il disegno autoritario di Trump.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 1 febbraio 2026
L’avvocato Claudio Novaro racconta il clima di tensione degli ultimi mesi. “Il paradosso è che abbiamo fatto una richiesta di accesso agli atti a comune, prefettura e questura, ma a oggi non sappiamo a quale titolo è stato sgomberato Askatasuna”. L’avvocato Claudio Novaro, che difende diversi militanti del centro sociale e decine di attivisti dei movimenti sociali, fa il punto su ciò che è successo a Torino nei mesi precedenti alla manifestazione di ieri.
di Franco Giubilei
La Stampa, 1 febbraio 2026
Il politologo: “Dal ministro Piantedosi una gestione sconsiderata. Per sgomberare pochi occupanti si è scelto lo scontro”. Dopo lo sgombero del centro sociale Akatasuna che ha fatto saltare il patto di collaborazione che era stato sottoscritto con la Città di Torino, il precedente sgombero del Leoncavallo di Milano e l’annunciato sgombero dello SkinLab di Roma, i centri sociali italiani hanno organizzato per oggi 31 gennaio 2026 una manifestazione nazionale a Torino. Il caso viene visto da opposti punti di vista. “Questa situazione che viene considerata allarmante è il prodotto della gestione sconsiderata dell’ordine pubblico da parte del ministero dell’Interno e delle autorità locali preposte”.
di Mauro Magatti
Avvenire, 1 febbraio 2026
A Davos il primo ministro canadese Mark Carney ha certificato la fine dell’ordine liberale. Ma tra “fine della storia” e scontro di civiltà esiste un’altra narrazione: la convivenza possibile. L’intervento del primo ministro canadese Mark Carney a Davos ha avuto un’ampia risonanza. Non tanto per la novità delle tesi espresse, quanto perché ha dato voce a una percezione diffusa benché spesso rimossa: l’ordine liberale globale è finito. E con lui l’illusione che la combinazione tra mercato globale, democrazia liberale e progresso tecnologico sarebbe coincisa con la “fine della storia”. Oggi quella narrazione non ha più presa. Anche perché a riempire le cronache dei nostri giorni è il ritorno della forza come criterio regolativo delle relazioni internazionali e sociali in un quadro altamente frammentato. Così il rischio è di finire travolti dalla narrazione opposta e ugualmente riduttiva dello “scontro delle civiltà”. Se la prima narrazione peccava di ingenuità ottimistica, la seconda può trasformarsi in una profezia (di sventura) che si autoavvera. Ridurre la complessità del mondo contemporaneo a blocchi culturali omogenei, inevitabilmente destinati a entrare in conflitto, significa legittimare la chiusura, la paura, la logica amico-nemico. Significa rinunciare in partenza a ogni spazio di mediazione, cooperazione, contaminazione. E soprattutto significa naturalizzare il conflitto, come se fosse un destino senza scampo, anziché il prodotto di scelte politiche, economiche e simboliche.
di Pasquale Ferrara
Avvenire, 1 febbraio 2026
La cattura di Maduro ha riaperto il nodo dei “regime change” imposti dall’esterno: il consequenzialismo seduce nel breve periodo, ma mina regole, istituzioni e futuro. Dopo della spettacolare operazione militare degli Stati Uniti che ha portato alla cattura (illegale) di Maduro in Venezuela, si è riacceso il dibattito sui cambiamenti di regime indotti dall’esterno e con la forza. Chi argomenta a favore adotta l’etica delle conseguenze, che giustifica o deplora un’azione a partire dagli effetti che essa produce, indipendentemente dalle intenzioni o dai mezzi utilizzati. L’argomentazione di fondo è che, tutto sommato, il mondo starebbe ora meglio senza Maduro, come nel passato si disse di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi. È una logica stringente, che suona, in sostanza, come un implicito discredito di quanti, a partire dal “solo” rispetto del diritto internazionale, adottando un’etica dei principi (ritenuti astratti), non sarebbero stati in grado di produrre cambiamenti significativi, in Venezuela come altrove. Il consequenzialismo è una tesi che può risultare convincente di primo acchito, ma solo se viene collocata in un’ottica di breve termine. Le conseguenze possono essere valutate, infatti, anche nel medio-lungo periodo, ed in tal caso la prospettiva cambia. Avendo a mente casi storici recenti, il cambiamento di regime può risolversi in forze centrifughe alle base di nuovi tragici scenari (il sedicente Stato islamico in Iraq-Siria), in una frammentazione territoriale delle istituzioni nazionali (l’Est e l’Ovest della Libia), e addirittura in una restaurazione dei poteri rimossi (il ritorno dei Talebani a Kabul). Il caso del Venezuela è tuttora incerto.
di Francesco Dal Mas
Avvenire, 31 gennaio 2026
Un uomo si è ucciso a Firenze, altri due casi in pochi giorni nel penitenziario di Padova, al centro delle polemiche per lo spostamento improvviso di un gruppo di detenuti in altre strutture. Tre suicidi, in carcere, in tre giorni. Due a Padova, uno a Sollicciano (Firenze). E un tentativo (sventato) a Potenza. La situazione più pesante è al “Due Palazzi” di Padova, dove è stata chiusa l’Alta Sicurezza e pertanto sono rimasti inattivi i laboratori d’integrazione. 23 ristretti sono stati trasferiti nottetempo in altri penitenziari italiani ed uno di loro, un ergastolano di 73 anni, impegnato in attività di cucito, si è tolto la vita. Poche ore dopo, un sinti con cittadinanza italiana di 32 anni si è impiccato nel bagno della propria cella.
di Federica Pennelli
Il Domani, 31 gennaio 2026
È successo a Padova e a Sollicciano: morti avvenute in istituti segnati da sovraffollamento, trasferimenti, fragilità psichiche e carenza di personale. Intanto Nordio non risponde alle interrogazioni che chiedono soluzioni tempestive. Il 3 febbraio la mobilitazione con l’associazione Antigone. Negli ultimi giorni, una serie di suicidi in carcere ha riportato al centro della cronaca la durissima condizione delle persone recluse. Nel carcere Due Palazzi di Padova, tra il 27 e il 28 gennaio, un detenuto di 74 anni si è tolto la vita nella sua cella mentre era in attesa di trasferimento. Trentasei ore dopo, nello stesso istituto padovano, una persona detenuta di 36 anni ha compiuto il medesimo gesto. A centinaia di chilometri di distanza, intanto, un’altra persona di 29 anni è morta suicida nel carcere di Sollicciano, quartiere di Firenze.
- Un’assemblea pubblica sulla emergenza carceraria, occasione di ascolto delle voci degli operatori
- Esiste un diritto alla speranza che dietro le sbarre va tutelato
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