di Giuseppe Bonaccorsi
Il Dubbio, 28 dicembre 2024
Il suo avvocato, Giacomo Giuliano: “È in Italia da 30 anni ed è anche traduttore per alcune procure”. Il mediatore culturale curdo Abutalip Burulday, conosciuto col nome di Havel, immigrato in Italia dal 1997 e residente con la famiglia a Catania, è stato scarcerato dopo sette mesi di detenzione dal penitenziario di Piazza Lanza su disposizione del tribunale del riesame di Milano che, al termine di un lungo excursus giudiziario, ha ritenuto valide le richieste del legale, l’avvocato Giacomo Giuliano che, al termine di questa vicenda, ha dichiarato “Il mio assistito è stato scarcerato per insussistenza dei gravi indizi”.
di Giuseppe Bonaccorsi
Il Dubbio, 28 dicembre 2024
Il suo avvocato, Giacomo Giuliano: “È in Italia da 30 anni ed è anche traduttore per alcune procure”. Il mediatore culturale curdo Abutalip Burulday, conosciuto col nome di Havel, immigrato in Italia dal 1997 e residente con la famiglia a Catania, è stato scarcerato dopo sette mesi di detenzione dal penitenziario di Piazza Lanza su disposizione del tribunale del riesame di Milano che, al termine di un lungo excursus giudiziario, ha ritenuto valide le richieste del legale, l’avvocato Giacomo Giuliano che, al termine di questa vicenda, ha dichiarato “Il mio assistito è stato scarcerato per insussistenza dei gravi indizi”.
di Agostino Giovagnoli
Avvenire, 28 dicembre 2024
I cinque morti e gli oltre duecento feriti del mercatino di Natale a Magdeburgo non possono essere archiviati in fretta. Sono le vittime di Taleb Al Abdulmohsen che ha colpito a caso cittadini tedeschi perché la Germania non odia abbastanza i suoi nemici, i musulmani. Un arabo ateo, dunque, che ha assunto i panni di un suprematista bianco, il quale però ha ucciso altri bianchi perché odiano troppo poco. Troppe contraddizioni. Quello che è avvenuto a Magdeburgo non ha senso, è tragico ma anche irrazionale. Va capito in profondità, esige una riflessione adeguata. Ma la politica ha fretta, la Germania è in campagna elettorale, il 23 febbraio si voterà per consultazioni cruciali per il futuro del Paese. Bisogna monetizzare subito - in termini di consenso - ciò che è accaduto.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 28 dicembre 2024
La giornalista da 10 giorni a Evin. Teheran sapeva del suo lavoro. Si muove la diplomazia, il governo chiede “discrezione” ai media. Sulle trattative pesa il caso di un ricercatore in prigione in Italia su mandato Usa. Era a Teheran da una settimana Cecilia Sala e lì aveva registrato diverse puntate del suo podcast Stories, prodotto da Chora Media. Poi, il 19 dicembre, un giorno prima del suo rientro in Italia, è stata arrestata dalla polizia iraniana, nonostante fosse provvista di regolare visto giornalistico e avesse preventivamente concordato le sue interviste con le autorità locali. Le accuse, al momento, sono ancora ignote e solo ieri l’ambasciatrice italiana Paola Amadei è riuscita a incontrarla nel famigerato carcere di Evin, dove vengono messi i nemici politici del regime e dove lei si trova in cella d’isolamento. Sala era riuscita ad avvisare i suoi familiari della situazione con una breve telefonata il 20 dicembre, subito dopo è stata attivata l’Unità di crisi della Farnesina.
di Luca Sofri
ilpost.it, 28 dicembre 2024
Il carcere dove è detenuta la giornalista italiana Cecilia Sala è la struttura in cui sono imprigionati oppositori politici e cittadini stranieri. La giornalista italiana Cecilia Sala è detenuta da oltre una settimana dal regime iraniano nel carcere di Evin, a Teheran. La prigione di Evin è nota per essere la struttura in cui sono imprigionati oppositori politici, giornalisti e cittadini stranieri. È operativa dal 1972 e già prima della Rivoluzione islamica del 1979 vi venivano rinchiusi dissidenti politici. Da quando il movimento antigovernativo guidato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini portò alla fine del regno dello scià e alla creazione della Repubblica Islamica dell’Iran, una teocrazia guidata da religiosi sciiti, Evin è diventata un temuto simbolo del regime.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 27 dicembre 2024
Storica iniziativa del Papa: apre la Porta Santa a Rebibbia Nelle carceri si guarda a un nuovo orizzonte di speranza? Papa Francesco va nel carcere romano di Rebibbia e non delude. Quando parla di politica internazionale zoppica, a volte vacilla. Quando parla di giustizia no, la forza del suo magistero si vede e si sente tutta. Tira fuori la rabbia dell’ingiustizia sociale - suo motore da sempre - e la unisce a quel dovere della speranza che è insito nella sua natura di prete di strada, di sacerdote di frontiera. E proprio da quelle sue radici di pastorale tra gli ultimi, di testimone del Vangelo tra i poveri, Francesco trae l’energia per lottare contro i mulini a vento del sistema giudiziario italiano. Che culmina nei dimenticatoi disumani delle carceri, in quei gironi danteschi dove anime dannate si avvitano e si contorcono senza sapere se mai, per loro, ci sarà giustizia. 19mila detenuti stranieri, 17mila tossicodipendenti, più di 4mila malati di mente in carcere. In quello che - per chi si occupa di diritti - è senz’altro l’anno nero del carcere, l’iniziativa del Pontefice è senza precedenti.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 27 dicembre 2024
Il Papa apre la porta santa del Giubileo anche a Rebibbia. “I cuori chiusi non aiutano a vivere. Grazia è spalancare”. “Ricordatevi: aggrappatevi sempre alla corda della speranza, mai lasciarla. E poi spalancate la porta del vostro cuore”, ha sottolineato più volte Papa Francesco ai circa 600, fra detenuti e personale penitenziario, presenti nella chiesa del Padre Nostro all’interno del carcere romano di Rebibbia. Con un gesto che passerà alla storia, nel giorno di Santo Stefano, il Papa ha voluto aprire per la prima volta una Porta Santa del Giubileo all’interno del più grande istituto di pena della Capitale, da lui definito una cattedrale di “dolore”.
di Roberto Montoya
ansa.it, 27 dicembre 2024
Papa Francesco propone ai Governi iniziative di speranza, forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in se stesse e nella società. È la prima volta che Papa Francesco apre una Porta Santa in un penitenziario, un momento storico che segna la storia dei Giubilei ordinari e da il via ai festeggiamenti dell’Anno Santo 2025. Per i detenuti è un gesto altamente simbolico di speranza. L’apertura della quinta Porta Santa avverrà nel carcere romano di Rebibbia, luogo già visitato nove anni fa in occasione del Giovedì Santo, una delle realtà più grandi d’Italia che ospita 1.585 detenuti a fronte di una capienza di 1.170 unità.
di Sergio D’Elia*
L’Unità, 27 dicembre 2024
Al potere pubblico ha indicato la riforma necessaria. Dissotterrare gli esseri viventi dalle celle, perdono, amnistia e indulto. Ha affermato che nella sua dottrina spirituale subito dopo Dio vengono i carcerati. Ha spiegato che la giustizia non è la pena. Non si ripara il male con altro male. Atto straordinario quello di Papa Francesco, non solo simbolico, ma anche teologico e politico. Ha aperto la porta santa in un luogo chiuso, dimenticato, di privazione non solo della libertà ma di tutto, financo della vita.
di Francesco Petrelli*
Il Dubbio, 27 dicembre 2024
Rappresenta un unicum nella storia della cristianità anche perché mette simbolicamente in contatto la comunità dei reclusi con quella dei liberi. L’Apertura voluta da Papa Francesco della Porta Santa nel carcere di romano di Rebibbia ha uno straordinario significato simbolico. L’invito a “spalancare le porte del cuore alla speranza” suona come un rimprovero netto e chiaro a chi di fronte alla tragedia delle carceri dichiara la propria indifferenza. Mentre, infatti, il governo continua a rimarcare la propria volontà di negare ogni possibile soluzione clemenziale e a voler imporre al Paese una visione securitaria e carcerocentrica, questo gesto esemplare apre all’idea della speranza come chiave di ogni possibile politica. Se all’origine del numero spaventoso di ottantanove suicidi, che segna il drammatico conteggio dell’anno che finisce, è la disperazione come mancanza di ogni possibile prospettiva di vita, la Porta di Rebibbia apre invece a quella alternativa. Ci dice che esiste ancora una possibile alternativa al buio della sofferenza della pena. Dietro l’idea securitaria e carcerocentrica di chi continua a negare ogni possibile misura deflattiva, vi è l’idea della condanna, non solo alla pena detentiva e alla perdita della libertà che essa comporta, ma anche della condanna alla perdita della speranza e della dignità.
- “Se il carcere è inferno, si cancella il futuro”
- La persona non è il suo reato
- La porta Santa a Rebibbia nell’anno nero delle carceri: il segnale di speranza da Papa Francesco
- Il giudice Marcello Bortolato: “L’unica soluzione ora è l’amnistia o l’indulto”
- Pinelli (Csm): “I partiti ragionino sulla possibilità di un indulto parziale”









