di Francesca Caferri
La Repubblica, 25 novembre 2023
Lo scambio alle 4 del pomeriggio: 24 rapiti tra israeliani e thailandesi contro 39 detenuti palestinesi. A Gaza migliaia di persone tentano di tornare a Nord ma trovano la strada sbarrata: due morti e timori per la tenuta del cessate il fuoco. Il cuore di Israele ieri si è fermato alle quattro in punto. A quell’ora nella piazza che negli ultimi 49 giorni è diventata l’arteria pulsante di questo Paese, quella stretta fra il museo di Tel Aviv e la Kyria, il ministero della Difesa, c’erano migliaia di persone: senza convocazioni, senza appuntamenti, senza striscioni, erano venute per stringersi intorno alle famiglie dei 236 ostaggi portati con la forza a Gaza il 7 ottobre e ancora nelle mani dei miliziani di Hamas e dei loro supporter.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 25 novembre 2023
“Ma come è possibile, mi chiedo, che in Europa, negli Stati Uniti, in Italia, il MeToo taccia?”. “Il silenzio del femminismo sugli stupri del 7 ottobre è grave, colpevole, un vero cortocircuito nell’agenda delle donne. Noi, in quanto femministe, dobbiamo essere solidali con tutte le vittime di abusi sessuali. Ovunque ci sia una violenza, dentro e fuori i conflitti, non si può essere di parte di fronte a una donna che subisce violenza di genere. Parlare delle atroci violenze sessuali compiute dai miliziani di Hamas su tutte quelle donne, ragazze, bambine, non ci fa mica dimenticare i bambini che muoiono a Gaza”.
di Domenico Quirico
La Stampa, 25 novembre 2023
Per la prima volta in settant’anni lo Stato ebraico si è mostrato vulnerabile con l’attacco ai kibbutz. Ora è in un vicolo cieco: o riduce Gaza a un cumulo di sabbia o si ritira garantendo il ritorno del nemico. Israele ha perso la guerra. Per la prima volta in settantaquattro anni. Ora i cannoni tacciono, per quattro giorni si spera, “prorogabili” come enuncia il linguaggio burocratico che non risparmia neppure la tragedia delle guerre. Ma il meccanismo del cessate il fuoco è avviato, seppure a puntate, Hamas distillerà la sua macabra contabilità, dieci oggi, dieci tra una settimana, nella liberazione degli ostaggi costringendo a prolungarlo, e avrà tempo di riorganizzarsi, mentre la rete delle pressioni internazionali si avvilupperà sulle intenzioni israeliane di riprendere gli attacchi. Che, a questo punto, la porrebbero dalla parte del torto anche con la tentennante solidarietà degli Stati Uniti. Il cui scopo fin dall’inizio è stato quello di acclimatarsi di nuovo sulla “normalità” degli ultimi decenni, fatta da un equilibrio di chiacchiere inutili sulla “necessità di risolvere finalmente il problema dei rapporti tra Israele e l’entità palestinese” e la realtà di crucci e orrori di una guerra di attentati, intifade e rappresaglie che non disturbavano troppo la normalità del nostro mondo. Si torna dunque alla routine. In questa parte del mondo supponiamo di essere savi per antonomasia.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 24 novembre 2023
La Corte costituzionale è prossimamente chiamata a decidere la questione, postale dal Magistrato di Sorveglianza di Spoleto, se in assenza di contrarie ragioni di sicurezza, sia conforme alla Costituzione vietare al detenuto di svolgere colloqui intimi, anche a carattere sessuale, con la persona convivente non detenuta, senza il controllo a vista da parte del personale di custodia. Si tratta di tema importante che nasce dalla assolutezza del divieto, che incide, come la stessa Corte costituzionale ha in passato affermato, su “una esigenza reale e fortemente avvertita... quella di permettere alle persone sottoposte a restrizione della libertà personale di continuare ad avere relazioni affettive intime, anche a carattere sessuale. Si tratta di un problema che merita ogni attenzione da parte del legislatore, anche alla luce delle indicazioni provenienti dagli atti sovranazionali e dall’esperienza comparatistica che vede un numero sempre crescente di Stati riconoscere, in varie forme e con diversi limiti, il diritto dei detenuti ad una vita affettiva e sessuale intramuraria”.
di Daniele Barbaresi, Lara Ghiglione e Emilio Miceli
collettiva.it, 24 novembre 2023
Le soluzioni proposte dal governo vanno verso l’inasprimento delle pene, l’azione repressiva dei conflitti sociali e la codificazione di nuovi reati. Lo schema di disegno di legge in tema di sicurezza pubblica, tutela del personale in servizio e ordinamento penitenziario, approvato di recente dal Consiglio dei ministri è un condensato di propaganda e populismo istituzionale diretto più a dare risposte emergenziali di ordine pubblico che non ad affrontare il tema della sicurezza come questione sociale.
di Daniela Barbaresi* e Denise Amerini**
collettiva.it, 24 novembre 2023
Il provvedimento approvato dal governo è inefficace e dannoso, perché introduce nuovi reati e inasprisce le pene. Dopo il cosiddetto decreto rave e dopo il decreto Caivano, arriva il disegno di legge sicurezza, il cosiddetto pacchetto giustizia: una serie di misure che introducono nuovi reati e inaspriscono le pene già previste nel nostro ordinamento. A conferma di quanto questo governo, tutto, compattamente, pensa in tema di giustizia e carcere, anche se qualcuno, il ministro della Giustizia, continua ad autodefinirsi un garantista.
di Chiara Evangelista
lasestina.unimi.it, 24 novembre 2023
Il nuovo provvedimento approvato dal Governo prevede l’introduzione di norme più dure contro le rivolte dei detenuti. Il 18 novembre il consiglio dei ministri ha approvato un nuovo pacchetto sicurezza che prevede una serie di norme per combattere la criminalità diffusa. Alcune di queste hanno creato polemica, soprattutto quella che riguarda la possibilità per le forze dell’ordine di girare armate anche fuori servizio e l’abolizione del rinvio della pena per le neomamme. Tra le disposizioni anche quelle che riguardano le rivolte in carcere. “Credo che il disegno di legge voglia mirare a soddisfare le istanze di alcuni sindacati autonomi di polizia penitenziaria”. A dirlo è Paolo Conte, avvocato, che è il legale dei parenti di Vincenzo Cacace. L’uomo, che all’epoca era sulla sedia a rotelle e che è morto nel 2022 per cause naturali, era tra i detenuti che sarebbero stati picchiati il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. È in corso un processo per l’accertamento dei fatti.
di Giuseppe Anzani
Avvenire, 24 novembre 2023
Nel pacchetto di misure che il governo ci ha regalato per la nostra sicurezza, cioè per i nostri sonni tranquilli, ce n’è una che il sonno me l’ha tolto: il carcere per i bambini. Io so, e tutti sanno, che i bambini piccoli non è neanche serio pensare che abbiano fatto qualcosa di male da doverli punire. La loro mamma sì, la loro mamma può aver fatto qualche delitto, per esempio può aver rubato un borsellino sul metrò (sembra questa oggi l’ossessione), e quando è stata presa va mandata in prigione come tutti, perché la legge è uguale per tutti.
di Piero Sansonetti
L’Unità, 24 novembre 2023
Roba da Medioevo? Ma nel Medioevo non mettevano in prigione i neonati. Chissà come si chiama questo bambino. O questa bambina. Sappiamo solo che oggi ha un’età di due giorni. Domani compirà il terzo giorno e probabilmente sarà dimesso, o dimessa, dall’ospedale Pertini, a Roma. Però non verrà a prenderlo suo padre per accompagnarlo a casa con la mamma. Verranno dei carabinieri. Lo caricheranno su un furgone blu, con i finestrini protetti dalla grata di ferro, e lo porteranno, sempre insieme alla mamma, al carcere di Rebibbia.
di Mattia Feltri
La Stampa, 24 novembre 2023
Prosegue strenua la campagna di Giorgia Meloni contro i poteri forti. L’ultimo esempio: compilata la legge di bilancio, un occhio sulla calcolatrice, l’altro sui mercati, il consenso dell’Unione europea, l’assenso della Bce, un accordo con le banche, una mano tesa a Confindustria, il governo s’è accorto d’essere rimasto a corto di quattrini per il Fondo delle vittime dei reati di mafia. Accidenti. E adesso? Intollerabile per una presidente del Consiglio avviata alla politica in morte di Paolo Borsellino. Dunque? Vendere una quota del Monte dei Paschi? Espropriare tre magazzini di Amazon? Requisire gli yacht di George Soros? Mettere all’asta l’auto blu di Lollobrigida? E dai e dai, il colpo di genio è arrivato: e se prendessimo il denaro dalle buste paga dei carcerati? Ideona! Che poi “prendere” è una parola brutta. Chiamiamolo “contributo di solidarietà obbligatorio”. La solidarietà obbligatoria è un ossimoro ai confini del rivoluzionario, e rivoluzionario questo governo voleva essere e senz’altro lo è nel nuovo ordine di rubare ai poveri per dare ai poveri. Così se un detenuto fa il bibliotecario, impasta biscotti o assembla bulloni, gli si preleva il cinque per cento dallo stipendio. Già gli si preleva qualcosa per vitto e alloggio in cella, qualcosa per le spese processuali, per risarcire le vittime: un prelievo più, non se ne lamenteranno. E se si lamentano pazienza, tanto stanno sulle scatole a tutti. Che poi, a pensarci bene, questo fervore nell’introdurre nuovi reati e allungare le pene per i reati vecchi è una buona semina: più carcerati e in carcere più a lungo, ci si può rimediare una fortuna.











