di Marcello Sorgi
La Stampa, 5 agosto 2025
È uno di quei casi in cui la toppa potrebbe rivelarsi peggiore del buco. E cioè: già era stata singolare l’incriminazione della premier Meloni, dei due ministri dell’Interno Piantedosi e della Giustizia Nordio, e del sottosegretario Mantovano, delegato al controllo dei servizi segreti, per un’operazione che - certamente discutibile come quella della liberazione del torturatore Almasri, malgrado il mandato di cattura emesso nei suoi confronti dalla Corte penale internazionale - era stata messa in pratica nell’ambito dell’attività degli stessi servizi. Un “lavoro sporco” come quelli che di tanto in tanto i governi sono costretti a coprire. E vengono pertanto protetti dal segreto di Stato, che invece, erroneamente, in quest’occasione non fu messo. Ma ora il Tribunale dei ministri, un collegio di tre magistrati sorteggiati per questo delicato incarico, decide di scagionare la presidente del Consiglio - con la motivazione che non risulta un suo preciso coinvolgimento nella serie di decisioni pasticciate che accompagnarono il rimpatrio del torturatore libico, compreso il volo su un aereo di Stato - e rinviare a giudizio i due ministri e il sottosegretario. Spiegando che non ci sono prove documentali chiare della partecipazione di Meloni al “disegno criminoso”, e le eventuali deduzioni politiche non interessano il lavoro dei giudici. E aggiungendo che in tal senso si era mosso il procuratore di Roma Lo Voi, lo stesso che sei mesi fa fece partire gli avvisi di garanzia che scatenarono il più clamoroso, forse, caso di corto circuito tra giustizia e politica.
di Luca Bottura
La Stampa, 5 agosto 2025
Ieri Francesca Albanese ha pubblicato una sua foto davanti a un murale con l’immagine di Liliana Segre e una frase: “L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa”. Per accusarla di incoerenza nei confronti della Palestina. Mi sembra un enorme spreco che vado a spiegare. Attenzione: rischio buonismo. Albanese è una donna che ha visto l’indicibile di Gaza e l’ha denunciato. In cambio, ha ricevuto accuse gratuite e la fatwa israeliana. Segre è una donna che ha vissuto l’indicibile in un lager nazista e l’ha raccontato. In cambio, ha ricevuto minacce che la costringono da anni a vivere sotto scorta. Mi sembra un buon punto di partenza per un dialogo costruttivo.
di Giovanni De Luna
La Stampa, 5 agosto 2025
Razzismo e antisemitismo sono i semi dei paradossi insiti dentro Israele. Per quanto possiamo capire, l’odio che si respira a Gaza è soffocante. La violenza esercitata contro i palestinesi sta portando alla loro disumanizzazione: li si sopprime fisicamente ma si cerca anche di liquidarne le tradizioni, di distruggerne la cultura, di abbrutirli nella carestia e in scontri fratricidi. Le bombe e i rastrellamenti non sembrano scalfire Hamas; in compenso spingono i gazawi verso una condizione disperata e dalla vergogna, dal dolore e dalla fame sembra scaturire una rabbia vulcanica, un odio fisico, palpabile, custodito come un tesoro: la pazzia omicida, lo dicevano tanti anni fa Frantz Fanon e Jean Paul Sartre, “è l’inconscio collettivo dei colonizzati”, così come la molla ultima che li spinge verso il fanatismo religioso restringendo il loro orizzonte politico ed esistenziale a un solo obbiettivo: cacciare l’occupante con tutti i mezzi, anche con una violenza estrema, parossistica tipo quella scatenata contro gli israeliani il 7 ottobre.
Il Fatto Quotidiano, 5 agosto 2025
Cresce l’uso della pena capitale nella monarchia del Golfo, soprattutto nei confronti di cittadini stranieri. Dall’inizio del 2025, sono 154 le persone giustiziate per reati di droga. L’Arabia Saudita ha giustiziato otto persone in un solo giorno. A riportarlo sono i media statali. Queste nuove esecuzioni confermano l’aumento dell’uso della pena di morte nella monarchia del Golfo, soprattutto per i reati di droga e nei confronti di cittadini stranieri. L’agenzia di stampa ufficiale saudita Spa ha riferito che quattro somali e tre etiopi sono stati giustiziati sabato 2 agosto nella regione meridionale di Najran “per aver introdotto illegalmente hashish nel regno”. Un uomo saudita, invece, è stato giustiziato per l’omicidio della madre.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 4 agosto 2025
Segnali dalle inchieste di Milano, delle Marche e della Calabria: la politica, pur tra imbarazzi e silenzi, ora tenta di difendere il proprio ruolo per non essere succube delle procure. Perché sa che ogni indagato è innocente fino a prova contraria. C’è un elemento interessante, e persino sorprendente, che riguarda un filo conduttore sottile che collega tre importanti inchieste che stanno movimentando la politica italiana. Le tre inchieste sono quelle di Milano, delle Marche, della Calabria, e per quanto possano sembrare storie distanti l’una dall’altra, in quelle storie vi è un elemento curioso, e persino positivo, che riguarda una questione sempre più rara all’interno della vita dei partiti: il tentativo della politica di difendere il suo perimetro vitale. Non sempre la politica mostra attenzione a questo tema, non sempre la politica fa qualcosa per evitare che sia la magistratura, per dire, a dettare alla politica le sue azioni, le sue mosse, le sue scelte, e quando questo accade, per quanto alcune scelte siano dettate più dall’agenda della strumentalità che da quella della sincerità, vale la pena fermarsi un attimo e dire: bene così. Le tre storie sono differenti, lo sappiamo, ma negli ultimi giorni, in buona parte delle forze politiche, vi è stato un sussulto di garantismo che merita di essere annotato.
di Aldo Grasso
Corriere della Sera, 4 agosto 2025
A 45 anni dall’attentato, il documentario di Alessandro Nidi con la voce narrante di Carlo Lucarelli racconta una giornata che non può essere dimenticata. Alle 10.25 del 2 agosto 1980 una bomba esplode nella sala d’aspetto della seconda classe della stazione di Bologna, provocando 85 morti e oltre 200 feriti. È l’atto terroristico più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale in Italia. In memoria delle vittime, nel 45° anniversario della strage, La7 ha riproposto “2 agosto 1980. Un giorno nella vita”, un documentario diretto da Alessandro Nidi. Carlo Lucarelli ne è narratore e autore insieme a Federica Campana e Paola Mordiglia.
di Andrea Malaguti
La Stampa, 4 agosto 2025
Credo di avere visto piangere Paolo Lambertini una volta sola. Facevamo i carabinieri di leva a Chieti scalo. Erano i primi anni Ottanta. Mi raccontò di sua madre, Mirella Fornasari, travolta da un muro alla stazione di Bologna alle 10,25 del 2 agosto 1980. Ottantacinque morti, duecento feriti, 45 anni di polemiche che non si placano neppure di fronte ad una serie di sentenze inequivocabili e coerenti passate in giudicato. Strage fascista. Ed è ben strano un Paese che non ha il coraggio di dirlo. E che nemmeno nel giorno dell’ennesimo ricordo di quell’eccidio ha la forza di mandare sul palco se non il presidente del Consiglio almeno un suo vice.
di Giulia Ricci
La Stampa, 4 agosto 2025
Monica Gallo lascia dopo due mandati. Tra i candidati spiccano l’ex garante regionale e Pietro Buffa, ex direttore della casa circondariale di Torino. Ma anche Berardinella (esperta Ue in radicalizzazioni) e Franchitti, educatrice di grande esperienza. L’ex Garante dei detenuti in Piemonte Bruno Mellano punta al Comune di Torino. Ma a “sfidarlo” c’è Pietro Buffa, già direttore di quattro carceri e provveditore. La scorsa settimana, nelle mail dei capigruppo a Palazzo Civico, è arrivato l’elenco dei candidati (attraverso un avviso pubblico) alla successione della Garante Monica Gallo, che dopo due mandati sta lavorando in regime di prorogatio. Sarà il sindaco Stefano Lo Russo, dopo un confronto con i leader dei partiti e le indicazioni dell’ufficio Nomine, a scegliere chi si occuperà dei detenuti dei penitenziari torinesi. La decisione è prevista per settembre.
La Nazione, 4 agosto 2025
“Crediamo in questo modello che mette al centro la prevenzione, la tutela della salute mentale e la dignità delle persone” dicono il presidente Giani e l’assessore Bezzini. È stato rinnovato anche per il 2025 il progetto di supporto psicologico rivolto ai detenuti delle carceri toscane. La giunta regionale, su proposta dell’assessore al diritto alla salute Simone Bezzini, ha stanziato 338 mila euro per l’anno 2025 come contributo alle aziende sanitarie che aggiungeranno da parte loro ulteriori risorse sui singoli progetti. “In continuità con il lavoro portato avanti in questi anni con questo stanziamento andiamo a rafforzare l’assistenza psicologica all’interno degli istituti penitenziari, insieme a tutte quelle azioni utili ad individuare tempestivamente situazioni di disagio e fattori di rischio per le persone detenute. Crediamo in questo modello che mette al centro la prevenzione, la tutela della salute mentale.
di Fabrizia Pavetto
valledaostaglocal.it, 4 agosto 2025
Un giovane detenuto libico si è tolto la vita nella notte tra venerdì e sabato all’interno del carcere valdostano. Aveva meno di trent’anni. Una morte silenziosa e drammatica che riaccende i riflettori sull’emergenza suicidi nelle carceri italiane. La procura indaga, il consolato libico attende. Si è chiuso in se stesso, dentro una cella. Poi si è chiuso anche il respiro. Un sacchetto di plastica stretto al collo, una piccola bombola di gas propano, la solitudine. Così è morto, nella notte tra l’1 e il 2 agosto, un giovane detenuto libico nel carcere di Brissogne. Meno di trent’anni, un passato segnato dai reati legati allo spaccio di stupefacenti, un presente spietatamente carcerario. Il futuro, invece, si è spento alle due del mattino, quando gli agenti della Polizia penitenziaria hanno trovato il suo corpo senza vita. Inutili i soccorsi, troppo tardi l’allarme. Il gesto, per quanto terribile, non è purtroppo isolato né sconosciuto. In ambiente carcerario, la tecnica è nota: la plastica intrappola il gas, l’inalazione porta rapidamente alla perdita di coscienza, e poi alla morte. Un suicidio lucido, preparato, silenzioso. Senza urla, senza richieste d’aiuto. La morte in carcere spesso arriva così: nella notte, nel silenzio di una cella, sotto le telecamere spente dell’attenzione pubblica.
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