di Massimo Franco
Corriere della Sera, 21 luglio 2025
L’intervento del cardinale Pietro Parolin è arrivato dopo la telefonata del premier Benjamin Netanyahu a Leone XIV. E chiaramente è stata concordata parola per parola con il Pontefice. Certifica non solo che quella chiamata non basta a cancellare quanto è avvenuto negli ultimi giorni e mesi. Segna anche il recupero della Segreteria di Stato vaticana come cuore del governo della Santa Sede dopo gli anni convulsi di Francesco. E conferma una lettura condivisa e coordinata della strategia mediorientale. Negli ultimi giorni ha prevalso la convinzione che la Roma papale dovesse pronunciare un giudizio netto e duro dopo il bombardamento israeliano della chiesa cristiana della Sacra Famiglia a Gaza.
di Luca Attanasio
Il Domani, 21 luglio 2025
Sul Paese pesa l’impatto dell’ingresso di oltre un milione di persone. Ma non è l’unica emergenza. N’Djamena deve affrontare la progressiva distruzione dell’ambiente e i gravi disequilibri dell’ecosistema. Il conflitto che si combatte in Sudan dalla metà di aprile 2023, oltre a causare internamente centinaia di migliaia di vittime, sfollamenti biblici, distruzione, epidemie e fame, sta provocando una serie di effetti a cascata su una vastissima area che va dall’Egitto e la Libia a nord, l’Etiopia, fino all’Eritrea a est, il Sud Sudan e il Centrafrica a sud, e il Ciad a ovest. In questi paesi, tutti caratterizzati a loro volta da problematiche molto serie, gli esempi più lampanti sono la situazione di grave tensione in Libia, il Sud Sudan in uno stato di pre-guerra, e l’Etiopia in cui si riaccendono focolai di conflitto preoccupanti, sono entrati negli ultimi 26 mesi milioni di individui in fuga dalla guerra sudanese che hanno aumentato significativamente la demografia e sollevato inevitabilmente questioni di adattamento e convivenza molto delicate. Dei 14 milioni di profughi causati dalla crisi sudanese, infatti, 11 sono interni ma ben tre esterni.
di Paola Balducci
La Nuova Sardegna, 20 luglio 2025
Ogni estate, nel nostro Paese, il carcere smette di essere invisibile. Lo fa nel modo più drammatico: una rivolta, un suicidio, un allarme. Come se l’opprimente calura di luglio scoperchiasse quello che durante l’anno si preferisce ignorare. L’anno scorso fu il carcere di Regina Coeli a esplodere. proteste, urla, tensioni che i detenuti gridavano da tempo e anche quest’anno, la tragedia silenziosa che si chiama suicidio, sta continuando a non cedere il passo: già oltre 40 solo nei primi sei mesi del 2025. Nel mezzo, una lettera del Presidente del Senato indirizzata all’associazione Nessuno tocchi Caino, contenente parole importanti: “Occorre un deciso cambio di passo”, scrive, denunciando l’insostenibilità del sovraffollamento e l’urgenza di restituire senso alla pena.
di Francesco Bianchi
terzultimafermata.blog, 20 luglio 2025
Il sovraffollamento carcerario e le disumane condizioni nelle quali sono costrette a vivere le persone ristrette e consegnate in custodia allo Stato, con il sempre più allarmante e crescente dato dei suicidi carcerari, è diventato uno dei problemi principali all’attenzione non più dei soli avvocati e delle associazioni che si occupano dei luoghi di detenzione, ma della politica interna ai massimi livelli istituzionali, della Corte Costituzionale e dell’Europa. Basti pensare all’attenzione posta dallo stesso Presidente della Repubblica e dal Presidente del Senato sulla questione, alla recente sentenza della Consulta in tema di CPR e al rifiuto da parte dell’autorità giudiziaria Olandese di consegnare allo Stato italiano un indagato di omicidio a causa delle disumane condizioni carcerarie.
di Sergio Moccia
Il Manifesto, 20 luglio 2025
Per far fronte al sovraffollamento servono riforme. E serve un’opera radicale di “rieducazione”, ma della società e delle istituzioni. L’attuale situazione carceraria risulta insopportabile per uno stato di diritto. Eppure quest’anno ricorre il cinquantenario di quella che pareva una fondamentale riforma, attuata con la legge n. 354 del 1975, introduttiva del nuovo Ordinamento penitenziario. Fino ad allora, era in vigore il Regolamento penitenziario fascista del 1931, in cui il detenuto era preso in considerazione soltanto come oggetto della disciplina della condotta e, dunque, come destinatario di attività svolte in prima persona da soggetti dell’amministrazione penitenziaria.
di Nello Trocchia
Il Domani, 20 luglio 2025
La Polizia penitenziaria, che dipende dal sottosegretario, potrebbe presto avere 13 nuovi contrassegni. Non c’è il bando e neanche i fondi necessari, però spopolano i siti online dove è possibili acquistarli. Mentre il carcere è il regno dei suicidi, delle violenze, della droga e dei cellulari in cella con gli agenti allo stremo delle forze, il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, attraverso il Dap, pensa a introdurre nuovi distintivi per la polizia penitenziaria. Negli ultimi mesi, infatti, c’è stata una sequela di provvedimenti del capo di dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, per lo più quando alla guida c’era la fedelissima Lina Di Domenico, che hanno introdotto ben tredici nuovi stemmi. Si parte con il distintivo di “ricordo” per passare a quello dell’”appartenenza” fino a quello del “matricolista”.
di Antonio Bincoletto*
tuttieuropaventitrenta.eu, 20 luglio 2025
Quando si parla di sicurezza c’è un grosso equivoco che viene alimentato e una verità non detta che andrebbe svelata: non è con la pura repressione che si ottiene un mondo più sicuro. Lo dimostrano una quantità di studi e dati di fatto su esperienze umane passate e presenti. Negli Usa la pena di morte tuttora applicata in alcuni stati non ha dissuaso dal compiere reati anche molto gravi (si pensi per esempio alle periodiche stragi fatte con armi da fuoco nelle comunità scolastiche). Risulta inoltre che da quando negli States si è applicato il modello definito “tolleranza zero” il numero di persone recluse nelle carceri americane sia aumentato di cinque volte, mentre il numero dei reati pare essere rimasto stabile.
di Raffaella Tallarico
gnewsonline.it, 20 luglio 2025
La bellezza in carcere: Luciana Delle Donne e la “Maison” con le detenute. Vite e tessuti tenuti insieme da un filo sottile; il recupero, in entrambi i casi, significa investire sul futuro. Luciana Delle Donne lascia la sua carriera in banca per dedicarsi alle donne detenute della casa circondariale di Lecce, non solo con il lavoro. “Il bello esiste e va ricercato ovunque”, è lo slogan del marchio “Made in Carcere”, da lei fondato nel 2007. A maggior ragione in un penitenziario: le donne lavorano e allenano la creatività, creando borse e gadget con tessuti che, altrimenti, andrebbero al macero. Per la sua attività nei penitenziari, Delle Donne viene premiata al Quirinale dal Presidente Sergio Mattarella, nel 2023.
di Maria Teresa Caccavale*
tuttieuropaventitrenta.eu, 20 luglio 2025
Fare volontariato in carcere non è semplice, non almeno come indicato dal precetto ecclesiale di fare visita ai carcerati. La nostra Associazione Happy Bridge con sede a Roma da anni si occupa di attività di volontariato a favore delle persone detenute e ex detenute o in detenzione domiciliare e sa bene quanta burocrazia e stigmi bisogna superare per realizzare gli scopi sociali. Il carcere è un luogo blindato dove la Sicurezza è l’obiettivo principale, il resto e precisamente la rieducazione e risocializzazione delle persone detenute è un problema secondario. Pertanto chi intraprende questa strada lo fa perché ci crede, oppure vuole farsi bravo agli occhi del prossimo.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 20 luglio 2025
Il ricorso in Cassazione per la sentenza Open Arms. Leggere le norme con gli occhiali della politica alimenta le polemiche. La battaglia che s’è innescata sul terreno della giustizia è arrivata al punto che su ogni iniziativa giudiziaria che abbia anche una minima ed eventuale valenza politica, si scatena un putiferio. Anche quella avviata con intenzioni tutt’altro che velleitarie, come pensavano i pubblici ministeri di Palermo decidendo di rivolgersi direttamente alla Cassazione per impugnare l’assoluzione di Matteo Salvini nel processo Open Arms.
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