modenatoday.it, 17 luglio 2025
Altri lunghi mesi di indagine, ma la posizione degli inquirenti non è cambiata. Non vi sarebbe alcun elemento per chiedere un processo a carico di quasi 90 agenti della Polizia Penitenziaria indagati per presunte violenze ai danni dei detenuti nelle fasi più calde della rivolta avvenuta presso il carcere di Sant’Anna l’8 marzo 2020. Lo stabilisce il corposo documento stilato dalla Procura dopo che la scorsa estate il Gip del Tribunale di Modena rigettò la richiesta d’archiviazione sul filone d’indagine che riguardava appunto la condotta degli agenti intervenuti per sedare la rivolta, iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di tortura e lesioni, come conseguenza delle querele depositate da alcuni detenuti che li avevano accusati di violenze gratuite. Il lavoro del procuratore Luca Masini e delle magistrate Lucia De Santis e Francesca Graziano ha portato alle stesse conclusioni dell’anno scorso.
di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 17 luglio 2025
Secondo la procura emerse contraddizioni nelle denunce dei detenuti. L’associazione Antigone ora valuta se presentare nuovamente opposizione. “Gli elementi raccolti e rappresentati non consentono in alcun modo di ritenere fondati gli esposti/denunce formalizzati dai detenuti. La complessa ed articolata attività di indagine ha evidenziato una totale inattendibilità dei racconti forniti da ciascuno dei soggetti coinvolti”. È con queste motivazioni che la procura ha chiesto per la seconda volta l’archiviazione del fascicolo che vede ben 87 poliziotti penitenziari indagati per tortura e lesioni. Parliamo del maxi procedimento relativo ai presunti reati commessi dagli operatori durante la rivolta dell’8 marzo 2020 nel carcere di Sant’Anna, all’inizio della pandemia, a seguito della quale morirono nove detenuti.
di Chiara Spagnolo
La Repubblica, 17 luglio 2025
La terza inchiesta parte dalla pistola di ordinanza consegnata all’uomo nonostante fosse in aspettativa dal lavoro. La dichiarazione di un ex detenuto: “Lo chiamavano gobbetta, lo prendevano in giro dicendo che era ancora vergine”. Perché il 10 febbraio 2021 qualcuno consegnò al 56enne agente penitenziario Umberto Pelillo la pistola di ordinanza nonostante fosse in aspettativa dal lavoro? Riparte da questo interrogativo la terza indagine sul decesso del poliziotto del carcere di Turi, che quattro anni e mezzo fa si suicidò in auto a Bitritto. Il giudice Francesco Rinaldi ha respinto la seconda richiesta di archiviazione, avanzata dalla pm Silvia Curione, e disposto ulteriori indagini da compiere entro sei mesi, accogliendo l’opposizione della famiglia Pelillo, rappresentata dall’avvocato Antonio Portincasa.
ilpost.it, 17 luglio 2025
Ci sono testimonianze di pesanti maltrattamenti nei suoi confronti, e per questo sono state respinte due richieste di archiviazione. Nel 2021 un agente di polizia di 56 anni che lavorava al carcere di Turi, vicino a Bari, si sparò. Si chiamava Umberto Paolillo. Prima di morire aveva scritto in alcune lettere che veniva vessato e maltrattato da anni dai suoi colleghi della polizia penitenziaria in carcere. Le indagini sul suo suicidio non si sono ancora chiuse: il giudice per le indagini preliminari di Bari ha respinto per due volte la richiesta di archiviazione del pubblico ministero, l’ultima volta ieri, chiedendo ulteriori indagini e approfondimento sul caso.
casertanews.it, 17 luglio 2025
Una strage ‘silenziosa’ che va fermata. Ad alzare la voce in questo periodo in cui molti si godono le vacanze, o stanno per andarci, è don Salvatore Saggiomo, Garante provinciale dei diritti dei detenuti: “In qualità di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della provincia di Caserta, mi unisco con determinazione all’appello lanciato dalla Conferenza nazionale dei Garanti territoriali per dire con forza: ‘non possiamo più attendere. Bisogna agire, e farlo subito’. Le parole pronunciate dal presidente della Repubblica il 30 giugno scorso davanti al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non sono un semplice richiamo bensì un grido di allarme, un monito che la politica tutta, a ogni livello, ha il dovere morale e costituzionale di raccogliere”.
vitatrentina.it, 17 luglio 2025
Il Garante dei diritti dei detenuti della Provincia di Trento Giovanni Maria Pavarin ha aderito alla proposta della Conferenza Nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, che ha indetto per mercoledì 30 luglio una giornata di mobilitazione volta a far approvare provvedimenti che riducano il sovraffollamento nelle carceri italiane. Quel giorno, deputati, senatori, europarlamentari e consiglieri regionali sono invitati ad entrare insieme ai garanti negli istituti penitenziari per adulti e per minori.
di Angelica Malvatani
Il Resto del Carlino, 17 luglio 2025
Si sono chiusi nel carcere di Fermo i due corsi con la consegna degli attestati: il primo condotto con l’Artigianelli, l’altro con la scuola di Umberto Bachetti. Tra le mura di un carcere quello che fa la differenza è la speranza, la prospettiva di qualcosa di diverso. Per questo la consegna degli attestati di partecipazione ai detenuti che hanno seguito due corsi di formazione del tutto significativi diventa un’occasione di festa e di sorrisi. La direttrice del carcere di Fermo Serena Stoico, spiega che si sta celebrando un traguardo, insieme con il Garante per la persona Giancarlo Giulianelli: “Siamo riusciti tutti insieme, con la preziosa collaborazione dell’area trattamentale e della Polizia Penitenziaria e il supporto fondamentale del Garante, due corsi di formazione molto significativi per i detenuti. Il primo è un corso per operatore di termoidraulica, con il centro di formazione Artigianelli, finanziato proprio dall’ufficio del Garante, per 80 ore di formazione e 12 ore di sicurezza sul lavoro. è una figura professionale molto richiesta e dunque siamo qui per dire che ci sono, qui dentro e appena usciranno, persone che hanno le giuste competenze. Il secondo corso è più tradizionale, è realizzato con la scuola di pizza di Umberto Bachetti che da anni si spende con generosità per questo carcere. Insieme a Andrea Francavilla che è stato un insegnante molto efficace e empatico abbiamo formato come aiuto pizzaioli una decina di detenuti. Una persona che è uscita ha poi lavorato proprio in una pizzeria, tutti i partecipanti hanno dimostrato di volersi mettere in gioco, di credere in una seconda occasione, di sapersi impegnare con costanze e rispettando orari e regole”.
di Fabrizia Giuliani
La Stampa, 17 luglio 2025
Pesano, i diritti, quale che sia la partita politica. Pesano nella valutazione dell’esercizio del governo, valutazione che appartiene a chi fa politica, a chi parla scrive e commenta dentro e fuori i nostri confini. Ma il giudizio appartiene soprattutto alla comunità dei governati, a chi tutti i giorni si misura con diritti che mancano o che ci sono solo nella forma, ma nella sostanza non si riescono a esercitare. Diritto è una parola che ha un significato molto ampio oggi, una parola ombrello; sembra precisa quando la usiamo ma può tradire. I diritti sono invece una grammatica complessa e quando li evochiamo, per poterli difendere, dobbiamo saper distinguere. Senza distinzione non c’è critica e nemmeno libertà.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 17 luglio 2025
Dalla sentenza 242 della Corte costituzione sul suicidio assistito scaturisce un diritto a morire? Oppure si tratta soltanto di una scelta possibile, realizzabile e depenalizzata ad alcune condizioni? Il cuore del dibattito sul fine vita sta tutto qui, e su questo la maggioranza non dubita: un diritto al suicidio un c’è. Ma c’è la necessità di legiferare, restando nel perimetro segnato dalla Consulta. Dunque, ora il più è capire se il testo presentato dalla maggioranza rientri in quel campo tracciato dai giudici, e fino a che punto sia possibile forzarlo.
di Angelo Picariello
Avvenire, 17 luglio 2025
“Sul fine vita una legge serve, per evitare che siano la magistratura e le Regioni a occuparsene caso per caso”. Francesco Greco, presidente del Consiglio Nazionale Forense, interviene sulla proposta di legge in discussione al Senato e boccia anche l’idea di tener fuori il servizio sanitario nazionale. Questo orientamento emerge anche da una recente indagine condotta da Ipsos fra 5.500 avvocati italiani tra i 25 e i 44 anni, molti dei quali vorrebbero, in realtà, un’applicazione della norma che vada anche oltre i paletti indicati dalla Consulta.
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