di Antonello Ciervo e Salvatore Fachile*
Il Domani, 2 aprile 2025
Il Governo modifica nuovamente il quadro normativo. I dubbi sulla compatibilità del Decreto con l’accordo stipulato con l’Albania. La vicenda dei centri di detenzione in Albania ha un nuovo sviluppo: mentre la Corte di Giustizia valuta la compatibilità con il diritto Ue delle procedure di trattenimento nel centro di Gjader, il 29 marzo è stato pubblicato il decreto legge n. 37, che modifica radicalmente il quadro normativo. Il decreto stabilisce che potranno essere trasferiti in Albania non solo i migranti intercettati in acque internazionali durante operazioni di soccorso, ma anche tutti i cittadini stranieri destinatari di provvedimenti di trattenimento. Si aprono così le carceri albanesi ai migranti irregolari già presenti sul territorio italiano e destinati ai Cpr in attesa di espulsione.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 2 aprile 2025
Il rapporto degli esperti indipendenti del Comitato per i diritti umani: garantire a Shengjin e Gjader diritto di difesa e proporzionalità della detenzione. Le raccomandazioni sono rivolte a Tirana ma parlano anche a Roma. I Centri italiani in Albania preoccupano l’Onu. Lo afferma un rapporto del “Comitato per i diritti umani” scritto al termine di una missione di monitoraggio in Albania. L’organo è composto da esperti indipendenti nominati dagli Stati firmatari della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici - tra loro ci sono Italia e Albania - per monitorarne l’applicazione. Critiche e raccomandazioni sono rivolte a Tirana, ma quelle sul “trattamento di migranti, rifugiati e richiedenti asilo” parlano anche a Roma. Il Comitato è “preoccupato per i potenziali conflitti tra il protocollo e la convenzione”, come quelli che riguardano “la detenzione automatica dei migranti e il rischio di una detenzione prolungata, nonché il rischio di essere soggetti a procedure di migrazione o asilo inadeguate”.
di Roberta Polese
Corriere del Veneto, 2 aprile 2025
Caterina Bozzoli è uno dei legali che ruotano attorno al mondo dei migranti, quello che ha ottenuto il “permesso” per Happy Ijebor, nigeriano di 28 anni, spazzino volontario “adottato” da un quartiere padovano. Spesso le cose non vanno come devono andare, tranne ogni tanto, quando tutto va per il verso giusto. Questo è il momento che dà senso alla fatica, alla frustrazione dei tanti “no”. È questo lo spirito con cui Caterina Bozzoli racconta la storia di Happy Ijebor, giovane nigeriano di 28 anni “adottato” dagli abitanti di un quartiere del centro di Padova, che sta tentando di avere un permesso di soggiorno dal 2016, e che dopo una lunga serie di no, ha avuto un sì: la sospensione del decreto di espulsione. Pur trovandosi nella schiera dei tanti “invisibili” senza documenti, Happy ha deciso di non chiedere l’elemosina ma di prendere una scopa e pulire le strade gratuitamente.
di Nadia Ferrigo
La Stampa, 2 aprile 2025
L’associazione per la legalizzazione della cannabis Meglio Legale ha sollevato per la prima volta la questione di legittimità costituzionale del nuovo Codice della Strada con un ricorso al giudice di pace di Udine per il caso di Elena Tuniz, 32 anni, insegnante e “vittima di un paradosso giudiziario che rischia di compromettere gravemente la sua vita”. Come racconta nel video pubblicato da Meglio Legale, il 7 gennaio scorso, mentre era alla guida della sua auto, Elena Tuniz ha avuto un malore improvviso che ha causato un lieve incidente stradale. Ricoverata in ospedale tra i diversi esami è stata anche sottoposta a un test tossicologico che ha evidenziato una “dubbia positività al Thc”, che è il principio attivo della cannabis. Solo dopo un secondo attacco epilettico, avvenuto nella notte successiva, è arrivata la diagnosi corretta. “Nella terapia c’è anche la prescrizione di cannabis medica, fatta da neurologo” racconta nel video.
di Giorgia Serughetti*
Il Domani, 2 aprile 2025
Secondo il noto principio di Anton Čechov, se in scena compare una pistola, questa prima o poi dovrà sparare. Questione di economia narrativa. Ecco perché il tutorial della borsetta della commissaria europea Hadja Lahbib, che illustra l’ormai celebre kit per sopravvivere le prime 72 ore in caso di guerra o catastrofi, ha provocato tanta inquietudine. Si è parlato di fallimento comunicativo, per il tono incredibilmente scanzonato della messa in scena, e per lo sgomento che ha provocato. Ma è stato davvero un errore? Le istituzioni che volevano rassicurarci ci hanno invece spaventato? O l’obiettivo era proprio farci paura? E farci paura serve a convincerci dell’urgenza del riarmo continentale? La “strategia della prontezza” dell’Ue appare come il volto civile del piano di spesa militare (ribattezzato a sua volta “Readiness 2030”): quello che ha l’obiettivo di indurre nella cittadinanza intera una cultura della minaccia. Serve a “creare resilienza”, ha detto la presidente della commissione, Ursula Von der Leyen, intervistata dal Corriere della Sera. Perché “prevenire è meglio che curare”.
di Neve Gordon
Il Manifesto, 2 aprile 2025
Giovedì la Corte suprema israeliana ha legittimato la scelta del governo di bloccare gli aiuti a Gaza, ignorando gli obblighi internazionali. Chi riempie le strade di Tel Aviv manifesta contro una riforma giudiziaria che mette in pericolo la democrazia solo ebraica: la Corte ha sempre sostenuto i pilastri del colonialismo. Una delle domande che mi vengono poste spesso quando parlo di Israele e Palestina riguarda la resistenza interna al governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. I miei interlocutori sottolineano il fatto che centinaia di migliaia di israeliani hanno riempito le strade per protestare contro il governo e i suoi sforzi per introdurre una revisione del sistema giudiziario e chiedono perché non sono entusiasta degli sforzi per porre fine al governo di Netanyahu. La mia risposta è che il vero problema di Israele non è l’attuale governo. Il governo potrebbe cadere, ma finché non trasformeremo radicalmente la natura del regime non cambierà molto, in particolare in relazione ai diritti fondamentali dei palestinesi.
di Lee Mordechai e Liat Kozma
Il Manifesto, 2 aprile 2025
Dal 2 marzo embargo di cibo e medicine, il 9 marzo il ministro Cohen ha staccato l’elettricità alla Striscia. Israele punta a gestire le attività umanitarie per controllare la popolazione palestinese. Organizzazioni internazionali tagliate fuori, non ci saranno più testimoni esterni. Per un mese non una sola goccia di aiuti umanitari è entrata a Gaza. Dal 2 marzo - quando sarebbe dovuta iniziare la seconda fase del cessate il fuoco, ma Israele si è poi rimangiato l’impegno preso - Tel Aviv ha bloccato l’ingresso di tutti i generi alimentari nella Striscia, insieme a carburante, attrezzature mediche e altre forniture essenziali. L’Agenzia delle Nazioni unite per il soccorso e l’occupazione (Unrwa) ha avvertito che le scorte di farina di Gaza probabilmente si esauriranno completamente prima della fine di questa settimana.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 aprile 2025
“Più telefonate per i detenuti, ogni suicidio è mia sconfitta”. Con queste parole, nell’agosto 2023, il ministro della Giustizia Carlo Nordio si rivolgeva ai reclusi, promettendo un impegno concreto per migliorare le condizioni di vita nelle carceri. A distanza di due anni, però, quella dichiarazione rischia di trasformarsi in un monito incompiuto. Non solo il numero dei suicidi è aumentato, toccando il record di 91 casi nel 2024 e 25 con l’anno nuovo da poco iniziato: l’ultima una donna di 52 anni, condannata per l’omicidio del marito avvenuto anni fa. La detenuta, nelle prime ore di ieri mattina si è suicidata impiccandosi nella sua cella del carcere milanese di Bollate, come ha fatto sapere Gennarino De Fazio, segretario Generale della Uil-Pa Polizia penitenziaria che ricorda anche l’operatore che si è tolto la vita.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 1 aprile 2025
Siamo al 31 marzo ed è già stato registrato il 25esimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno. Una donna che a Bollate scontava una condanna per uxoricidio. Una triste contabilità. E avanti di questo ritmo il 2025 centrerebbe esattamente la macabra “quota cento”, demolendo il picco di 83 suicidi appena segnato nel 2024. Solo chi banalizza, sino a finire per bestemmiarle, le dinamiche interiori di chi arriva a togliersi la vita può dedurre dal solo numero dei suicidi in cella un termometro affidabile delle condizioni delle carceri. Ma ignorare i numeri non è paraocchi meno ingannevole in chi, nel governo come nella deludente seduta straordinaria lo scorso 20 marzo alla Camera, si ostina a coltivare la sola “soluzione” edilizia con la flemma di chi prescinde dall’insostenibilità della situazione.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 1 aprile 2025
I “blocchi di detenzione” saranno installati in nove istituti di pena: 384 posti per 32 milioni di euro. Le critiche di esperti e penitenziaria. Meno di un palliativo, più di un concreto rischio “per la salute fisica e mentale di operatori sotto stress e persone detenute”. Se la speranza, per quanto provvisoria, di una risposta al sovraffollamento è aggrappata all’arrivo dei cosiddetti “blocchi detenzione” - cubi di cemento che aggiungeranno solo 384 posti letto, distribuiti in 9 istituti, al prezzo di ben 32 milioni di euro - la soluzione rischia di aggravare ulteriormente disagio e sofferenza nelle carceri. Meno trenta giorni, al netto di ostacoli e rinvii che hanno rallentato già altre promesse, al via del progetto voluto dal ministro Carlo Nordio. In estrema sintesi: è l’operazione celle da container.
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