di Camilla Ferro
L’Arena, 14 gennaio 2024
Il sottosegretario alla Giustizia a Montorio dopo i tre suicidi. Ostellari: “Verona ha imprese che possono investire e produrre qui”. “Sovraffollamento, non c’è emergenza rispettati i 3 metri”. “Qui abbiamo persone che si sono tolte la vita. Parlare di Playstation significa fare torto a loro e alla nostra intelligenza”. “Qui” è il carcere di Montorio. Ad uccidersi sono stati, tra novembre e dicembre scorsi, tre detenuti. A tentare di farlo, altri due nelle ultime settimane. “Il videogioco”, invece, sarebbe quello fatto arrivare a Filippo Turetta - reo confesso dell’omicidio di Giulia Cecchettin - che avrebbe scatenato le ire e i maldipancia degli altri detenuti corsi immediatamente a denunciare differenze di trattamento tra reclusi di serie A e B. Narrazione in realtà smentita dagli stessi carcerati che hanno anche scritto una lettera per dissociarsi pubblicamente dalla querelle fatta circolare da parenti e volontari male informati. O volutamente provocatori.
Corriere di Verona, 14 gennaio 2024
Domani alle 20.30 al Centro Tommasoli di via Perini a Borgo Venezia si terrà un incontro informativo sui servizi offerti da Rete Dafne in merito all’assistenza alle vittime di reato. Si parlerà dei supporti necessari ad affrontare un trauma, di giustizia riparativa, di prevenzione e diritto alle cure. Rete Dafne si è costituita a ottobre 2021 con la firma di un protocollo d’intesa tra Comune, Associazione scaligera assistenza vittime di reato, Tribunale, Procura, Ordine degli Avvocati e Camera Penale scaligeri, Uls 9, Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata, Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale di Verona, Fondazione Don Calabria e Associazione Rete Dafne Italia. Sul territorio conta già tre sedi: in Piazza Mura Gallieno, e a San Martino Buon Albergo e Cerea.
di Susanna Rugghia
L’Espresso, 14 gennaio 2024
Storie di donne e uomini testimoni di violenze e soprusi. È “Coraggio senza confini” di Ariel Dorfman, spettacolo interpretato da detenuti-attori nel penitenziario di Rebibbia. “Questo spettacolo ci ha dato modo, in una struttura totalizzante come il carcere, di parlare di diritti umani, giustizia e libertà perdute”. La voce di Fabio, detenuto della casa circondariale di Rebibbia, è ferma nonostante la commozione. È tra i nove attori che hanno preso parte allo spettacolo del 12 dicembre scorso messo in scena nel Teatro “Raffaele Cinotti” di Rebibbia, a Roma, e organizzato dalla Fondazione Kennedy. “È un testo affascinante e delicato, ci ha permesso di commuoverci e di elaborare diverse sensazioni. Parlare di privazione della libertà e di diritti in una struttura carceraria vuol dire tanto. Ho un sogno: che arrivi il giorno in cui una libertà giusta risplenda perché alto è il suo valore effettivo, umano e sociale”.
di Giuseppe Grassonelli*
L’Unità, 14 gennaio 2024
È necessario ridurre l’isolamento di noi detenuti e il senso di estraneità e repulsione della società, accorciare l’estraneità reciproca. Prendo le mosse da un articolo di Tullio Padovani, “Il carcere va abolito, ecco perché”, uscito su l’Unità il 5 luglio 2023 e che è anche riportato in prefazione all’ultima pubblicazione di Nessuno tocchi Caino, “Pena di morte e morte per pena”. “Il carcere è fatto per sputare all’esterno rifiuti, inutili, inidonei, incapaci di tutto”. Questa frase, in particolare, mi ha colpito nel ricco e articolato ragionamento di Tullio Padovani, volto a farci riflettere sull’importanza di rendere il carcere meno desocializzante, come unica via possibile di uscita da questi tempi cupi. Ho provato a riflettere su come si possa colmare il divario che ci isola dalla società, cosa significhi, come portare la società dentro il carcere e il carcere fuori. Alla luce anche di un anno appena trascorso che è stato molto importante per me.
di Marco Ventura
Corriere della Sera, 14 gennaio 2024
Frédéric Chauvaud, dal 1998 professore di Storia contemporanea all’università di Poitiers, già membro del comitato nazionale del Cnr francese, si è concentrato sullo studio della violenza, dei conflitti e della giustizia penale. Si è dedicato alla storia dell’odio, tema sul quale ha pubblicato Histoire de la haine. Une passion funeste 1830-1930 (Presses universitaires de Rennes, 2014). Frédéric Chauvaud ha dedicato una vita allo studio della violenza nella storia. Si è concentrato sulla Francia tra Otto e Novecento, ma le sue analisi travalicano il luogo e il tempo. Il suo libro sulla “passione funesta” che percorre la Francia tra 1830 e 1930 è, come indica il titolo, una vera “Storia dell’odio” (Histoire de la haine, 2014). “L’odio”, scrive il professore dell’università di Poitiers, “possiede una storia: le sue espressioni, le sue modalità, i suoi oggetti e i suoi effetti non sono né identici né immutabili”. In collegamento da casa, Chauvaud dialoga con “la Lettura” su come la storia possa farci comprendere l’odio.
di Andrea Valdambrini
Il Manifesto, 14 gennaio 2024
Non solo gli Stati. Tante realtà a sostegno del processo a L’Aja. Spagna, Belgio e Irlanda le voci più critiche verso Tel Aviv. Ma per ora non aderiscono. Più di mille organizzazioni, partiti, sindacati e movimenti in tutto il mondo che hanno espresso il loro sostegno al Sudafrica nella causa intentata contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia de l’Aja (Icj). Le organizzazioni si esprimono attraverso un appello congiunto ai Paesi che non appoggiano la richiesta di Pretoria per “dare forza alla denuncia formulata con forza e con buone argomentazioni”. È questo “il modo per assicurare che ogni azione di genocidio venga fermata e i responsabili possano essere assicurati alla giustizia”, si legge nel testo firmato da sigle americane come il MalcolmX Center, britanniche come la Human Righs Commission e il Critical Studies of Zionism, ma anche spagnole, belghe, francesi e tedesche.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 14 gennaio 2024
Oltre Gaza, dallo Yemen allo Stretto di Bab al Mandeb fino a Suez. Come l’Occidente sta contribuendo a un’altra guerra senza avere tentato di evitarla. Li chiamano “ribelli” ma occupano la capitale Sanaa da quasi dieci anni, governano il 70% del Paese e controllano l’esercito yemenita: alleati dell’Iran - come Hezbollah, Hamas, il regime siriano di Assad e le milizie sciite irachene - minacciando la navigazione dallo stretto di Bab el Mandeb fino a Suez, sono il nuovo “nemico perfetto” degli Usa e dell’Occidente. Tutto questo senza averci mai parlato o negoziato e considerato le loro istanze. Non volevamo la guerra allargata in Medio Oriente ma stiamo contribuendo a un altro conflitto senza avere tentato di evitarlo.
di Sergio D’Elia*
L’Unità, 14 gennaio 2024
Nessun preavviso. Entrano in cella ti portano dritto al patibolo. Nel 2023 non ci sono state esecuzioni, ma l’incertezza è lacerante. Una buona notizia è giunta alla fine dell’anno appena trascorso dalla terra del Sol Levante. Per la prima volta dal 2020, non si è verificato nessun damashi-uchi, un “attacco a sorpresa”, come gli esperti definiscono il modo di fare giustizia in Giappone. Nella nazione dove nasce il sole e tutto luccica, dai palazzi imperiali ai mille templi e santuari dorati, dai grattacieli infiniti nelle grandi città ai parchi nazionali sulle montagne, c’è solo un luogo dove tutto è coperto da una coltre spessa di incertezza e segretezza: il braccio della morte. Il codice di procedura penale prevede che l’esecuzione della pena di morte sia effettuata entro sei mesi dalla data in cui la sentenza diventa definitiva e senza scampo, ma chi sarà giustiziato e in che tempi dipende da quel che passa per la mente del Ministro della Giustizia.
di Ornella Favero*
Il Riformista, 13 gennaio 2024
In questi giorni il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha trasferito a Oristano Tommaso Romeo, una persona detenuta in Alta Sicurezza 1 a Padova, in carcere da più di trent’anni, di cui 8 in 41 bis e più di dieci a non far niente nei circuiti di Alta Sicurezza, fino all’arrivo a Padova, dove da più di dieci anni fa parte della redazione di Ristretti Orizzonti. E lo hanno trasferito, sulla base di una indagine in corso per la quale hanno arrestato suo fratello e altri per fatti risalenti al 2016-17.
di Alessandra Vanzi
Il Manifesto, 13 gennaio 2024
Una conversazione tra Mauro Palma, da poco ex Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà, e Monsignor Matteo Zuppi, presidente della Cei. Nel 2020, durante la pandemia, ho avuto l’occasione di girare delle interviste e altro materiale sull’attività e la persona di Mauro Palma, al tempo Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà; tutto ciò è stato possibile grazie al valido e gratuito contributo di giovani professionisti al tempo disoccupati per via del Covid e all’insostituibile contributo delle mie due figlie che hanno messo insieme la squadra. “La matematica della libertà”, titolo provvisorio del mio doc fantasma, giace al momento nel cassetto in attesa che qualcuno voglia investire qualche euro per finirlo. L’idea era nata in seguito alle rivolte carcerarie e ai troppi morti tra i detenuti. Su questo tema sono riuscita a riprendere una lunga conversazione tra Palma e Monsignor Matteo Zuppi.
- Il mio digiuno contro la catastrofe carceri
- Sovraffollamento e suicidi, ma il problema-carceri non interessa al governo Meloni
- Detenuto senza cure, la condanna della Cedu. Mentre nelle carceri si continua a morire
- Riforma delle intercettazioni, la furia dei Pm che perdono il potere di ricatto
- La recita sull’abuso d’ufficio, reato inesistente già prima della sua cancellazione









