di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 aprile 2026
Agenti di polizia penitenziaria che entrano in carcere con un’identità falsa, si mescolano tra i detenuti e raccolgono informazioni sui reati compiuti dentro le mura. Ma possono anche istigare i reati stessi. Questa è la norma che il governo ha infilato nell’ennesimo decreto sicurezza e che la commissione Affari costituzionali del Senato ha deciso di mandare direttamente in aula senza finire di esaminarla. Con un’aggiunta che ha fatto alzare più di qualche sopracciglio tra giuristi e difensori penalisti: uno scudo penale che li mette al riparo da conseguenze giudiziarie per gli atti compiuti durante l’operazione sotto copertura.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 aprile 2026
Oltre il labirinto dei calcoli. Dietro le sbarre, il tempo non è solo una sequenza di giorni, ma un calcolo complesso fatto di attese, scadenze e speranze. Spesso, però, la burocrazia della pena trasforma la durata della condanna in un labirinto inestricabile per chi la sconta e per i suoi familiari. In questo spazio grigio tra certezza del diritto e incertezza del futuro si inserisce “FinePena”, un progetto che trasforma la tecnologia in uno strumento di dignità e consapevolezza. Si tratta di strumento digitale gratuito che consente di calcolare i termini dell’esecuzione penale, a partire dai dati della condanna. Un progetto che nasce con lo scopo di supportare detenuti, familiari e operatori del settore legale che hanno necessità di comprendere con chiarezza la durata effettiva della pena e le principali scadenze previste dall’ordinamento penitenziario.
di Ugo Maria Tassinari
L’Unità, 18 aprile 2026
È stata riconosciuta come una ragione valida la necessità di assistere un familiare bisognoso di cure particolari: un precedente importante. Me la ricordo ancora la prima tessera di Nessuno tocchi Caino. Doveva essere gennaio 1994. Per una fantastica coincidenza mi ero iscritto subito dopo (o subito prima: il particolare l’ho dimenticato, il dato essenziale no) di Pierluigi Concutelli, un Caino che il grande cuore radicale non aveva abbandonato alla morte lenta del carcere più duro. Le mie ragioni erano più vaghe. Non avendo una particolare sensibilità sulla missione specifica del gruppo ma un discreto attivismo sulla condizione dei detenuti mi sentivo, in qualche modo, obbligato. Perché, salvo rare eccezioni di sinistra (Majolo in parlamento, D’Acunto in Campania), se c’era bisogno di entrare nelle carceri dalle quali arrivavano richieste disperate di aiuto a fronte di brutalità, abusi e violenze della custodia, gli unici a cui attaccarsi erano i radicali. E quindi un pensiero commosso va ai deputati Maria Teresa Di Lascia e a René Andreani, sempre pronti alla bisogna. Diciamolo pure, trent’anni dopo, la mi a era una tessera di “scambio”.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 18 aprile 2026
Il testo passa ora alla Camera per la conversione in legge che scade il 25 aprile, Critiche le opposizioni: approccio propagandistico. Con 96 voti favorevoli e 46 contrari, l’aula del Senato ha approvato il decreto sicurezza dopo la maratona di ieri durata 10 ore. Il testo passa ora alla Camera per la conversione in legge che scade il 25 aprile. Varato dal governo il 24 febbraio, è stato duramente contestato dal centrosinistra con oltre 1.000 emendamenti proposti in commissione Affari costituzionali e quasi altrettanti in Aula. Tra le modifiche approvate c’è il potenziamento del Daspo urbano, che potrà essere applicato anche a specifiche aree individuate e in caso di reiterazione, quando la condotta comporti un pericolo per la sicurezza durante il periodo di validità del provvedimento.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 18 aprile 2026
Approvato ieri al Senato, con 96 voti favorevoli e 46 contrari, il ddl di conversione del decreto Sicurezza. In Aula la votazione è stata accompagnata da una protesta dei partiti di opposizione che hanno mostrato cartelli con su scritto “governo Meloni: zero risorse, zero sicurezza”. In particolare, per il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia, il decreto è “un’alluvione legislativa panpenalistica totalmente inefficace. Siamo al quarto decreto sulla sicurezza ma è del tutto evidente il fallimento delle politiche del governo in quest’ambito”. Critico pure il leader di Italia viva Matteo Renzi: “Dicono che è la loro priorità, ma la presidente del Consiglio non c’era, il ministro dell’Interno non c’era, nessuno era in Aula”.
di Angela Stella
L’Unità, 18 aprile 2026
È stato approvato ieri al Senato, con 96 voti favorevoli e 46 contrari, il ddl di conversione del decreto Sicurezza. In Aula la votazione è stata accompagnata da una protesta dei partiti di opposizione che hanno mostrato cartelli con su scritto “Governo Meloni: zero risorse, zero sicurezza”. In particolare per il presidente dei senatori del Partito democratico, Francesco Boccia, il decreto “è una alluvione legislativa panpenalistica totalmente inefficace. Siamo al quarto decreto sulla sicurezza ma è del tutto evidente il fallimento delle politiche del governo in materia di sicurezza. Quattro decreti ma questo paese non è più sicuro: questo provvedimento è solo un manifesto di propaganda, che restringe solo i diritti, che rende le carceri ancora più invivibili, che trasforma il paese in un Far west”.
di Marianna Caiazza*
Il Riformista, 18 aprile 2026
Sin dal suo insediamento a fine 2022, l’attuale Governo ha avuto un fine preciso: garantire la sicurezza nel Paese. E per capire cosa significhi, in questa legislatura, questa parola, basta guardare all’attività legislativa che l’ha accompagnata, il più delle volte con il tanto abusato strumento del decreto legge. Il primo è il c.d. Decreto “Rave” (D.L. 162/2022), approvato a pochi giorni dal giuramento. Il decreto ha mirato alla minaccia del momento, i temibili Rave Party, colpendoli con l’introduzione - tanto per cambiare - di un nuovo reato: quello di “Invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi”. Ad inizio 2023 si passa dai party ai porti con il Decreto Piantedosi (D.L. 1/2023), che ha introdotto una serie di norme restrittive nei confronti delle Ong per le operazioni di soccorso di migranti, aggravando le responsabilità nelle attività di salvataggio, facendo divieto di operare salvataggi “multipli” ed attribuendo al Ministero dell’Interno il potere di limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica. Nato a seguito del tragico naufragio di cui porta il nome, c’è poi il Decreto Cutro (D.L. 20/2023), emanato con il fine non di gestire diversamente il fenomeno migratorio, ma di colpire duramente un obiettivo preciso, ossia gli scafisti.
di Michele Gambirasi
Il Manifesto, 18 aprile 2026
Intervista a Marco Boato, già deputato con Radicali e Verdi. Con il resto del partito si oppose al fermo di polizia nell’81. Parlò per 18 ore di seguito: “Un anno dopo il governo non rinnovò la norma. Me lo disse il ministro dell’Interno Rognoni: “Se non rivendichi la vittoria lo togliamo, è inutile e dannoso”. Erano le 20 del 10 febbraio 1981 quando nell’aula di Montecitorio prese la parola Marco Boato, allora deputato del Partito Radicale. Con i suoi diciassette colleghi si stava opponendo alla proroga di un anno del fermo di polizia previsto dal decreto Cossiga. Allora l’ostruzionismo era un’arte: Boato smise di parlare 18 ore dopo, alle 14.05 dell’11 febbraio.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 18 aprile 2026
Ancora non ha passato il vaglio parlamentare, ma il nuovo decreto sicurezza, applicabile da quando lo scorso 24 febbraio è apparso in Gazzetta ufficiale, ha già mandato in tilt sia la questura sia la procura di Roma. Il battesimo del fermo preventivo, sperimentato da 91 anarchici ai quali domenica 29 marzo è stato impedito di commemorare al parco degli Acquedotti Sandro Mercogliano e Sara Ardizzone - uccisi dieci giorni prima dallo scoppio di un ordigno che loro stessi stavano preparando - svela nei suoi sviluppi diverse criticità già individuate dai tecnici (da ultimo il perplesso parere rilasciato dal Csm tre giorni fa) ma del tutto ignorate dalla maggioranza, che non ha voluto presentare emendamenti sul punto.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 18 aprile 2026
La denuncia della Società italiana di criminologia (Sic): “Basta star in tv che criticano i giudici senza averne i titoli”. La nuova frontiera dei processi paralleli in tv e sui social network sono i “criminologi mediatici”: lo denuncia la Società italiana di criminologia con un documento di dieci pagine. “La Sic ha per lungo tempo osservato quanto stava accadendo - ci spiega il presidente Alfredo Verde - e dopo un approfondito dibattito interno abbiamo deciso di fornire un parere pubblico” per stigmatizzare “lo scempio” a cui stiamo assistendo.
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